2.5 I generi sommi: le categorie


“I termini che si dicono senza alcuna connessione esprimono, caso per
caso, o una sostanza, o una quantità, o una qualità, o una relazione, o un
luogo, o un tempo, o l’essere in una situazione, o un avere, o un agire, o un
patire. Per esprimerci concretamente, sostanza è, ad esempio, “uomo” o
“cavallo”; quantità è “lunghezza di due cubiti”, “lunghezza di tre cubiti”;
qualità è “bianco”, “grammatico”; relazione è “doppio”, “maggiore”; luogo è
“nel Liceo”, “in piazza”; tempo è “ieri”, “l’anno scorso”; essere in una situazione
è “si trova disteso”, “sta seduto”; avere è “porta le scarpe”, “si è armato”;
agire è “tagliare”, “bruciare”; patire è “venir tagliato”, “venir bruciato”.”
(Arist., Categorie, 1b 25-28)

Se, dal punto di vista metafisico, le categorie rappresentano i significati
fondamentali dell’essere, è chiaro che, dal punto di vista logico, esse
dovranno essere i supremi generi ai quali deve essere riportabile qualsiasi
termine della proposizione. In effetti, la prima categoria funge sempre da
soggetto e solo impropriamente funge da predicato, come quando dico:
<<Socrate è un uomo>>; le altre fungono da predicato (o, se si vuole,
sono le supreme figure di tutti i possibili predicati, i generi supremi dei
predicati). E naturalmente, poiché la prima categoria costituisce l’essere su
cui si appoggia l’essere delle altre, la prima categoria sarà il soggetto e le
altre categorie non potranno se non inerire a questo soggetto, e quindi solo
esse potranno essere veri e propri predicati.
(G. Reale, Introduzione ad Aristotele, pg. 146-147).

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