FILOSOFIA CONNESSA
11. La scolastica e Tommaso d’Aquino
11.2. La disputa sugli universali e Anselmo
Uno dei problemi più importanti della filosofia scolastica riguarda la natura degli universali. Con il termine “universali” si indicano i concetti generali, come “uomo”, “animale”, “giustizia” o “bontà”, che possono essere riferiti a molti individui diversi. I filosofi medievali si chiedono allora se questi concetti abbiano una realtà propria oppure se siano soltanto nomi utilizzati dall’uomo per classificare le cose.
La questione nasce dallo studio della logica di Aristotele e accompagnerà tutta la scolastica. Dietro un problema apparentemente astratto si nasconde infatti una domanda fondamentale: che rapporto esiste tra il pensiero umano e la realtà? Quando utilizziamo concetti universali stiamo conoscendo qualcosa di reale oppure stiamo semplicemente attribuendo dei nomi alle cose?
La disputa sugli universali non era però soltanto una questione logica o linguistica. Essa aveva importanti conseguenze teologiche. Se gli universali possiedono una realtà oggettiva, allora anche concetti fondamentali della religione cristiana — come “umanità”, “bene”, “natura divina” o “Trinità” — possono essere considerati realtà autentiche e non semplici nomi.
Il problema emergeva in modo particolare nella dottrina della Trinità. Se gli universali fossero soltanto parole prive di realtà, come sostenevano i nominalisti più radicali, diventava difficile spiegare in che senso Padre, Figlio e Spirito Santo potessero condividere realmente un’unica natura divina. Alcuni filosofi temevano quindi che il nominalismo rischiasse di mettere in discussione l’unità stessa di Dio. Per questo motivo la disputa sugli universali non fu considerata un semplice problema teorico, ma una questione centrale per tutta la filosofia e la teologia medievale.
Una prima posizione è il realismo, influenzato soprattutto dal pensiero di Platone. Secondo i realisti gli universali possiedono una realtà oggettiva indipendente dai singoli individui. Esisterebbe quindi realmente l’“umanità” oltre ai singoli uomini concreti. A questa posizione si oppone il nominalismo, secondo cui gli universali non sono realtà esistenti, ma soltanto nomi (nomina) creati dall’uomo per comodità linguistica.
Tra i principali sostenitori del nominalismo vi è Roscellino (ca. 1050-1125) , che definisce gli universali un semplice flatus vocis, cioè un “soffio di voce”, privo di esistenza reale. Una posizione intermedia viene invece proposta da Pietro Abelardo (1079-1125), secondo il quale gli universali non sono né realtà separate né semplici parole, ma concetti elaborati dalla mente umana a partire dall’esperienza delle cose particolari.
Per chiarire meglio il problema, gli scolastici distinguono tre modi diversi di concepire gli universali:
ante rem (“prima della cosa”): gli universali esistono prima delle realtà concrete, come idee eterne, secondo una concezione vicina a Platone;
in re (“nella cosa”): gli universali esistono nelle cose stesse come loro forma o essenza, secondo l’impostazione aristotelica;
post rem (“dopo la cosa”): gli universali sono concetti elaborati dalla mente umana dopo l’esperienza delle cose particolari.
Tommaso d'Aquino (1224/5-1274) cercherà successivamente di conciliare queste prospettive sostenendo che gli universali esistano:
ante rem nella mente di Dio;
in re nelle cose concrete;
post rem nella mente dell’uomo come concetti astratti.
In questo contesto si colloca anche il pensiero di Anselmo d'Aosta, uno dei più importanti filosofi dell’XI secolo. Anselmo (1033/4-1109) era profondamente convinto che la ragione potesse aiutare a comprendere la fede. Celebre è infatti la sua formula:
fides quaerens intellectum (“la fede che cerca l’intelligenza”).
La fede rappresenta il punto di partenza della ricerca, ma la ragione può approfondire e chiarire i contenuti della rivelazione cristiana. Anselmo è ricordato soprattutto per la prova ontologica dell’esistenza di Dio, esposta nel Proslogion. Egli definisce Dio come:
“ciò di cui non si può pensare nulla di maggiore”.
Secondo Anselmo, se Dio esistesse soltanto nella mente e non nella realtà, sarebbe possibile pensare qualcosa di ancora più grande, cioè un essere esistente realmente. Per questo motivo Dio deve necessariamente esistere anche nella realtà.
La prova ontologica rappresenta uno dei tentativi più celebri di dimostrare razionalmente l’esistenza di Dio. Essa susciterà però numerose critiche, perché molti filosofi riterranno impossibile dedurre l’esistenza reale di qualcosa a partire soltanto dal suo concetto.