FILOSOFIA CONNESSA
9. Le filosofie ellenistiche e il neoplatonismo
9.3. L’ epicureismo
L’epicureismo prende il nome da Epicuro, che fondò ad Atene, intorno al 306 a.C., una scuola filosofica chiamata Giardino. A differenza dell’Accademia platonica o del Liceo aristotelico, il Giardino non era soltanto un luogo di insegnamento, ma anche una comunità di vita. Vi erano accolti uomini e donne, cittadini e schiavi, accomunati dalla ricerca della felicità e della serenità interiore.
Epicuro concepisce la filosofia come una disciplina essenzialmente pratica. Il suo scopo non è costruire sistemi teorici complessi, ma aiutare gli uomini a vivere bene e a liberarsi dalle paure che rendono infelice l’esistenza. La filosofia deve quindi funzionare come una vera e propria “medicina dell’anima”. Secondo Epicuro, infatti, gli uomini vivono spesso tormentati da timori e desideri inutili. Le principali cause dell’infelicità sono:
la paura degli dèi;
la paura della morte;
il timore del dolore;
l’ansia di non poter raggiungere la felicità.
Per guarire da queste inquietudini Epicuro elabora il cosiddetto tetrafarmaco (“quattro rimedi”), cioè quattro principi fondamentali:
gli dèi non devono essere temuti;
la morte non deve fare paura;
il bene è facile da raggiungere;
il male è facile da sopportare.
Gli dèi, secondo Epicuro, esistono, ma vivono in una condizione di perfetta beatitudine e non si occupano delle vicende umane. Non bisogna quindi temere castighi divini o interventi soprannaturali nella vita degli uomini.
Anche la morte non deve essere motivo di paura. Epicuro riprende infatti l’atomismo di Democrito: tutta la realtà è composta da atomi che si muovono nel vuoto, compresa l’anima umana. Quando il corpo muore, anche gli atomi dell’anima si disperdono; di conseguenza non esiste alcuna vita ultraterrena né alcuna sofferenza dopo la morte. Celebre è l’affermazione attribuita a Epicuro: «Quando ci siamo noi non c’è la morte, e quando c’è la morte non ci siamo più noi.»
Il fine della vita umana è il piacere. Tuttavia Epicuro non identifica il piacere con la ricerca sfrenata dei divertimenti o con il lusso. Il vero piacere consiste piuttosto nell’assenza del dolore e del turbamento. Per questo il filosofo distingue:
l’aponia, cioè l’assenza del dolore fisico;
l’atarassia, cioè la serenità e la tranquillità dell’anima.
La felicità nasce dunque da una vita semplice, equilibrata e moderata. Epicuro distingue inoltre tra diversi tipi di desideri:
desideri naturali e necessari, come il nutrimento o il riposo;
desideri naturali ma non necessari;
desideri vani e inutili, come la ricerca della ricchezza, del potere o della gloria.
Solo i desideri naturali e necessari devono essere soddisfatti, perché sono gli unici indispensabili per una vita felice.
Grande importanza assume anche l’amicizia. Nel Giardino gli uomini possono vivere serenamente aiutandosi reciprocamente e condividendo una vita semplice e tranquilla. Per Epicuro l’amicizia rappresenta uno dei beni più preziosi dell’esistenza e una delle condizioni fondamentali della felicità.
L’epicureismo invita inoltre a evitare il coinvolgimento nella politica. La vita pubblica espone infatti l’uomo a conflitti, passioni, ambizioni e preoccupazioni che disturbano la serenità interiore. Il sapiente deve quindi vivere in modo appartato, dedicandosi alla riflessione filosofica, all’amicizia e alla cura di sé.
La filosofia epicurea ebbe una grande diffusione nel mondo ellenistico e romano. Tra i principali autori influenzati da Epicuro vi fu il poeta latino Lucrezio, autore del poema De rerum natura, attraverso il quale molte idee epicuree sono giunte fino a noi.