4. Socrate

4.1. La vita, il processo e la morte di Socrate



Ritratto di Socrate in marmo. Parigi, museo del Louvre. Opera d'arte romana (I sec.), forse copia di una statua di bronzo di Lisippo, andata perduta.

Socrate nacque ad Atene nel 469 a.C. da Sofronisco, scultore, e Fenarete, levatrice. Secondo la tradizione, in gioventù esercitò il mestiere del padre, ma ben presto lo abbandonò per dedicarsi interamente all’indagine filosofica. Non fondò una scuola, non scrisse opere e non rivestì ruoli politici di primo piano: la sua attività consisteva nel dialogare con i cittadini nei luoghi pubblici della polis, interrogandoli sui problemi fondamentali della vita umana.

Curiosità: Perché è così importante il rapporto tra Socrate e sua madre?

Il rapporto tra Socrate e sua madre, che secondo la tradizione era una levatrice, è fondamentale per comprendere il significato del suo metodo educativo. Proprio da questo mestiere nasce il concetto di maieutica (dal greco maieutiké, “arte del far partorire”).

L’immagine della levatrice esprime il significato educativo ed etico della filosofia socratica: imparare richiede impegno personale, la verità ha valore solo se viene conquistata autonomamente e l’educazione è una responsabilità morale verso la formazione dell’anima.

Come una levatrice non genera il bambino ma aiuta la madre a farlo nascere, così Socrate non trasmette conoscenze già pronte: attraverso il dialogo e le domande guida l’interlocutore a far emergere le verità che sono già presenti in lui. Questo paragone è spiegato da Platone nel dialogo Teeteto, dove Socrate descrive se stesso come “figlio di una levatrice” e praticante di un’arte simile, ma rivolta alle anime anziché ai corpi.

Socrate partecipò attivamente alla vita della città anche come soldato, distinguendosi per coraggio e resistenza nelle spedizioni militari di Potidea, Delio e Anfipoli. Pur non aspirando alla carriera politica, mostrò sempre un profondo senso civico e un forte rispetto per la legge. In più occasioni si oppose a decisioni ingiuste o illegali, sia sotto il regime democratico sia durante il governo oligarchico dei Trenta Tiranni, dimostrando una rigorosa coerenza morale.

Nel 399 a.C. fu accusato di non riconoscere gli dèi della città, di introdurre nuove divinità e di corrompere i giovani. Dietro queste accuse di empietà e immoralità si celavano anche motivazioni politiche: l’attività critica di Socrate, che metteva in discussione le certezze dei cittadini e delle classi dirigenti, risultava scomoda e destabilizzante. Condannato a morte dal tribunale ateniese, Socrate rifiutò sia l’esilio sia la possibilità di fuggire dal carcere, sostenendo che violare le leggi avrebbe significato contraddire tutta la sua vita e il suo insegnamento. Accettò dunque la condanna e morì bevendo la cicuta. La sua morte non rappresenta una semplice fine tragica, ma il compimento coerente della sua filosofia. Socrate mostra con il proprio esempio che vivere bene, in modo giusto e conforme alla ragione, conta più che vivere a lungo. In questo senso, la sua vita e la sua morte coincidono pienamente con il suo modo di filosofare.

Approfondimento – Quali divinità fu accusato di introdurre Socrate?

Socrate non introdusse realmente nuove divinità, ma fu accusato di farlo durante il processo del 399 a.C.

L’accusa sosteneva che Socrate: non riconoscesse gli dèi tradizionali della città e che introducesse “nuove divinità”. In particolare, l’accusa faceva riferimento al daimonion di Socrate: una voce interiore divina che lo guidava; non un dio nuovo, ma un segno divino personale che lo avvertiva di ciò che non doveva fare.

Quindi: Socrate non fondò un nuovo culto; il suo daimonion fu interpretato dai suoi accusatori come una forma di empietà.