7. Aristotele 1/2: la realtà e i principi dell'essere

7.8. Testi

Indice delle letture

  1. Dalla Metafisica, tutti gli uomini per natura desiderano conoscere 
  2. Dalla Fisica, le quattro cause
  3. Dalla Metafisica, potenza e atto
  4. Dalla Metafisica, il motore immobile
  5. Domande per la comprensione e la discussione

 

Testo 1 – Tutti gli uomini per natura desiderano conoscere

All’inizio della Metafisica, Aristotele riflette sull’origine del sapere umano. La conoscenza nasce dal rapporto con il mondo sensibile, passa attraverso memoria ed esperienza e conduce progressivamente alle forme più alte del sapere. Il filosofo osserva che il desiderio di conoscere appartiene naturalmente all’uomo e rappresenta il fondamento stesso della ricerca filosofica.

Tutti gli uomini per natura tendono al sapere. Segno ne è l’amore per le sensazioni: infatti, essi amano le sensazioni per se stesse, anche indipendentemente dalla loro utilità, e, più di tutte, amano la sensazione della vista: in effetti, non solo ai fini dell’azione, ma anche senza avere alcuna intenzione di agire, noi preferiamo, in un certo senso, tutte le altre sensazioni. E il motivo sta nel fatto che la vista ci fa conoscere più di tutte le altre sensazioni e ci rende manifeste numerose differenze fra le cose. 

Gli animali sono naturalmente forniti di sensazione; ma, in alcuni, dalla sensazione non nasce la memoria, in altri, invece, nasce. Per tale motivo questi ultimi sono più intelligenti e più atti ad imparare rispetto a quelli che non hanno capacità di ricordare. Sono intelligenti, ma senza capacità di imparare, tutti quegli animali che non hanno facoltà di udire i suoni (per esempio l’ape e ogni altro genere di animali di questo tipo); imparano, invece, tutti quelli che, oltre la memoria, posseggono anche il senso dell’udito.

Orbene, mentre gli altri animali vivono con immagini sensibili e con ricordi, e poco partecipano dell’esperienza, il genere umano vive, invece, anche d’arte e di ragionamenti. Negli uomini, l’esperienza deriva dalla memoria: infatti, molti ricordi dello stesso oggetto giungono a costituire un’unica esperienza.

Aristotele, Metafisica, I, 980a, pubblico dominio

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Testo 2 – Le quattro cause

Nel secondo libro della Fisica Aristotele affronta il problema delle cause, cioè dei princìpi che permettono di spiegare la realtà. Ogni cosa, secondo il filosofo, può essere compresa solo considerando i diversi aspetti che ne spiegano l’esistenza e il mutamento. Da questa riflessione nasce la celebre dottrina delle quattro cause.

Ciò stabilito, bisogna indagar sulle cause, quali e quante di numero esse siano. Poiché, invero, la nostra ricerca ha per fine la conoscenza e, d’altra parte, noi crediamo di non conoscere nulla se prima non abbiamo posto il perché di ciascuna cosa (e ciò significa porre la causa prima), è ovvio che noi dobbiamo fare la medesima indagine anche a proposito del nascere e del perire e di ogni cangiamento fisico, affinché, sapendo i princìpi di queste cose, noi possiamo tentare di ricondurre ad essi ogni nostra ricerca.

Pertanto, in un senso si dice causa ciò da cui proviene l’oggetto e che è ad esso immanente, come il bronzo alla statua o l’argento alla coppa, o anche i vari generi del bronzo o dell’argento. In un altro senso sono causa la forma e il modello, vale a dire la definizione del concetto e i generi di essa. Inoltre, è causa ciò donde è il primo inizio del cambiamento o della quiete, come è causa chi dà un precetto o come il padre è causa del figlio o come in generale chi fa è causa del fatto, chi muta del mutato. Inoltre, la causa è come fine ed è questa la causa finale, come del passeggiare è la salute. Se ci si domanda, infatti: «Perché quel tale passeggia?», rispondiamo: «Per star bene»; e così dicendo noi crediamo di averne data la causa.

Aristotele, Fisica, II, 194b-195a, pubblico dominio

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Testo 2 – Potenza e atto

Nel libro IX della Metafisica Aristotele approfondisce la distinzione tra potenza e atto, già introdotta per spiegare il mutamento. In questo passo il filosofo si concentra soprattutto sul concetto di potenza, intesa come capacità di produrre o subire un cambiamento. Attraverso questa teoria Aristotele mostra come il divenire non sia un passaggio dal nulla all’essere, ma il progressivo realizzarsi di possibilità già presenti nelle cose.

Abbiamo trattato dell’essere che è primo e al quale si riferiscono tutte le altre categorie dell’essere, ossia della sostanza. In relazione alla sostanza, infatti, vengono detti esseri anche la quantità, la qualità e le altre categorie; tutte, infatti, devono avere un rapporto con la sostanza. E poiché l’essere viene inteso nel significato di essenza, o di qualità, o di quantità e, in un altro senso, l’essere viene inteso secondo la potenza e l’atto e secondo l’attività, dobbiamo trattare anche della potenza e dell’atto.

È stato da noi precisato, in altro libro, che la potenza e il potere sono parole che esprimono molti significati. Di questi molteplici significati possono essere tralasciati quelli che si esprimono per mera omonimia: alcune cose, infatti, sono dette potenze solo in base a una certa similitudine. Invece, le potenze conformi a una stessa specie sono, tutte quante, in un certo senso princìpi, e sono dette potenze in relazione a quella che è potenza in senso primario e che è principio di mutamento in altra cosa o nella medesima cosa in quanto altra.

C’è una potenza di patire, la quale è, nel paziente medesimo, il principio di mutamento passivo ad opera di altro o di sé in quanto altro; e c’è, invece, una potenza che è capacità di non subire mutamenti in peggio né distruzione ad opera di altro o di sé in quanto altro ad opera di un principio di mutamento.

È dunque evidente che, in un senso, la potenza del fare e patire è unica: una cosa ha potenza perché possiede essa stessa la capacità di patire ad opera di altra, e perché un’altra cosa può patire ad opera di essa.

Aristotele, Metafisica, IX, 1066a-1046b, pubblico dominio

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Testo 4 – Il motore immobile

Nel libro XII della Metafisica Aristotele affronta il problema del principio ultimo della realtà. Se tutto ciò che si muove è mosso da altro, deve esistere un principio primo capace di muovere senza essere mosso. Questo principio è il motore immobile: realtà eterna, immutabile e perfetta, che muove il mondo non come causa efficiente, ma come fine verso cui tutte le cose tendono. In questo passo Aristotele descrive il motore immobile come atto puro e pensiero perfetto.

Dunque [il primo motore] muove come ciò che è amato, mentre tutte le altre cose muovono essendo mosse.

Ma, poiché esiste qualcosa che muove essendo, esso medesimo, immobile ed in atto, non può essere in modo diverso da come è in nessun senso. Il movimento di traslazione, infatti, è la prima forma di mutazione, e la prima forma di traslazione è quella circolare: e tale è il movimento che il primo motore produce. Dunque, questo è un essere che esiste di necessità; e in quanto esiste di necessità, esiste come Bene, e in questo modo è Principio.

Da un tale Principio, dunque, dipendono il cielo e la natura. Ed il suo modo di vivere è il più eccellente: è quel modo di vivere che a noi è concesso solo per breve tempo. E in quello stato Egli è sempre. A noi questo è impossibile, ma a Lui non è impossibile, poiché l’atto del suo vivere è piacere.

Ora, il pensiero che è pensiero per sé, ha come oggetto ciò che è di per sé più eccellente, e il pensiero che è tale in massimo grado ha per oggetto ciò che è eccellente in massimo grado. L’intelligenza pensa se stessa, cogliendosi come intelligibile: infatti, essa diventa intelligibile intuendo e pensando sé, cosicché intelligenza e intelligibile coincidono.

Se, dunque, in questa felice condizione in cui noi ci troviamo talvolta, Dio si trova perennemente, è meraviglioso; e se Egli si trova in una condizione superiore, è ancor più meraviglioso. Ed Egli è anche vita, perché l’attività dell’intelligenza è vita, ed Egli è appunto quell’attività. E la sua attività, che sussiste di per sé, è vita ottima ed eterna. Diciamo, infatti, che Dio è vivente, eterno e ottimo; cosicché a Dio appartiene una vita perennemente continua ed eterna: questo, dunque, è Dio.

Aristotele, Metafisica, XII, 1072b, pubblico dominio

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Domande per la comprensione e la discussione

  1. Perché Aristotele afferma che tutti gli uomini desiderano conoscere?
  2. Quale ruolo svolgono sensazione, memoria ed esperienza nell’origine del sapere?
  3. Perché la vista è considerata il senso più importante per la conoscenza?
  4. Spiega la differenza tra causa materiale, formale, efficiente e finale.
  5. Applica la teoria delle quattro cause a un oggetto concreto a tua scelta.
  6. Che cosa significa dire che una realtà è “in potenza” oppure “in atto”?
  7. In che modo la distinzione tra potenza e atto permette ad Aristotele di spiegare il mutamento?
  8. Perché, secondo Aristotele, deve esistere un motore immobile?
  9. In che senso il motore immobile muove “come ciò che è amato”?
  10. Quali caratteristiche attribuisce Aristotele a Dio?
  11. Che cosa significa l’espressione “pensiero di pensiero”?
  12. Quali collegamenti puoi individuare tra i quattro testi letti?