FILOSOFIA CONNESSA
7. Aristotele 1/2: la realtà e i principi dell'essere
7.5. Materia e forma. Potenza e atto
Uno dei problemi più difficili affrontati dalla filosofia greca è quello del divenire, cioè del cambiamento. Le cose, infatti, mutano continuamente: nascono, crescono, si trasformano, si deteriorano, muoiono. Ma come si può spiegare razionalmente questo mutamento? Parmenide aveva negato che il vero essere potesse cambiare, perché il cambiamento sembra implicare il passaggio dall’essere al non essere o dal non essere all’essere, cosa che egli riteneva impossibile. Aristotele, invece, vuole salvare la realtà del mutamento senza rinunciare alla coerenza del pensiero. Per farlo, elabora alcuni strumenti concettuali fondamentali: materia e forma, potenza e atto.
La prima distinzione è quella tra materia e forma. Ogni sostanza sensibile, cioè ogni realtà concreta che incontriamo nell’esperienza, è composta da questi due principi. La materia è ciò di cui una cosa è fatta; la forma è ciò che fa sì che quella cosa sia proprio quella determinata cosa e non un’altra. Se prendiamo, per esempio, una statua, possiamo dire che il bronzo è la materia, mentre la figura che il bronzo assume è la forma. Se pensiamo invece a un essere vivente, la questione diventa più complessa, ma il principio resta lo stesso: vi è sempre un elemento materiale e un principio formale che organizza quella materia e la rende un essere determinato.
Per Aristotele, però, materia e forma non esistono separatamente nella realtà concreta. Non esiste mai, nell’esperienza ordinaria, una materia del tutto priva di forma, né una forma che esista da sola, come accadeva invece con le idee di Platone. Ciò che esiste realmente è il loro composto, l’unità concreta della sostanza individuale. Aristotele chiama questo composto sinolo, cioè l’unione inscindibile di materia e forma. Un cavallo, un albero, un uomo non sono né pura materia né pura forma, ma realtà concrete in cui la materia è strutturata da una forma determinata.
Questa teoria rappresenta una presa di distanza molto netta da Platone. Per Platone, ciò che rende una cosa conoscibile e vera è l’idea, che esiste separatamente dal mondo sensibile. Per Aristotele, invece, la forma non si trova in un altro mondo, ma nella cosa stessa. La forma è il principio intelligibile interno alla realtà concreta. Questo significa che per conoscere non bisogna abbandonare il mondo sensibile, ma comprenderlo meglio, cogliendo nelle cose la struttura che le rende quello che sono.
La distinzione tra materia e forma, tuttavia, non basta ancora a spiegare il mutamento. Dire che una cosa è composta di materia e forma aiuta a capirne la struttura, ma non chiarisce fino in fondo come avvenga il passaggio da una condizione a un’altra. Per questo Aristotele introduce una seconda coppia di concetti: potenza e atto. La potenza indica ciò che una cosa può essere; l’atto indica ciò che una cosa è pienamente, quando quella possibilità si è realizzata. Un esempio classico è quello del seme: il seme è albero in potenza, ma non ancora in atto. L’albero adulto è la realizzazione di quella possibilità.
Questa distinzione permette ad Aristotele di spiegare il divenire in modo nuovo. Il mutamento non è il passaggio dal nulla all’essere, ma il passaggio da una possibilità a una realizzazione. Quando una ghianda diventa quercia, non nasce qualcosa dal niente: si attua una possibilità già presente nella ghianda. Quando un bambino diventa adulto, si compie ciò che in lui era presente come possibilità. Il cambiamento, dunque, non è assurdo né contraddittorio: è un processo intelligibile attraverso cui qualcosa che era in potenza diventa in atto.
Aristotele usa questi concetti anche per distinguere tra diversi tipi di realtà e di processi. Alcune possibilità sono interne alla natura stessa dell’ente: un seme di quercia può diventare una quercia, ma non un ulivo. La potenza, quindi, non è una possibilità indeterminata e infinita, ma una possibilità orientata, definita dalla forma propria di ciascuna cosa. Questo aspetto è molto importante, perché mostra che il divenire aristotelico non è casuale: ogni ente tende a realizzare ciò che è conforme alla sua natura.
A questo punto si comprende anche perché Aristotele attribuisca una certa priorità all’atto rispetto alla potenza. A prima vista si potrebbe pensare che venga prima la potenza, perché qualcosa deve prima poter essere e poi diventare ciò che è. Ma Aristotele osserva che la potenza si capisce solo a partire dall’atto. Diciamo che il seme è albero in potenza proprio perché sappiamo già che cos’è un albero in atto. L’atto è dunque anteriore dal punto di vista della definizione e del compimento: è ciò verso cui la potenza tende e in cui trova la sua realizzazione.
Questa teoria si lega strettamente alla concezione finalistica della realtà propria di Aristotele. Ogni ente naturale tende a realizzare pienamente la propria forma. La ghianda tende a diventare quercia, il puledro a diventare cavallo adulto, il bambino a diventare uomo. Il divenire non è quindi un semplice susseguirsi di cambiamenti, ma un processo orientato verso un compimento. In questo senso, l’atto rappresenta il fine verso cui la potenza si dirige.
La distinzione tra materia e forma, potenza e atto, è uno dei punti più importanti dell’intera filosofia aristotelica. Grazie ad essa Aristotele riesce a tenere insieme due esigenze fondamentali: da una parte riconoscere che le cose cambiano realmente, dall’altra mostrare che questo cambiamento non è irrazionale né caotico. Le sostanze del mondo sensibile sono realtà concrete, strutturate e intelligibili: hanno una forma che le definisce, una materia che le costituisce e una serie di possibilità che tendono a realizzarsi. Per questo il mondo, pur essendo in continuo divenire, può essere conosciuto razionalmente.

