FILOSOFIA CONNESSA
2. Filosofia della natura
2.1. Filosofi ionici
Tra il VII e il VI secolo a.C., nelle città greche della Ionia, si compie una delle svolte decisive della cultura occidentale: l’uomo comincia a interrogarsi sulla realtà non più attraverso il mito, ma mediante la ragione. Non si tratta ancora di scienza in senso moderno, ma di un atteggiamento nuovo, che inaugura la filosofia come ricerca di principi universali. I protagonisti di questo mutamento sono ricordati come filosofi della natura, perché la loro riflessione si concentra sulla phýsis, la natura intesa come totalità vivente, origine di ogni cosa e processo perenne di nascita e trasformazione.

Il contesto in cui questa riflessione prende forma è quello delle colonie ioniche dell’Asia Minore, in particolare la città di Mileto. Qui l’intensa attività commerciale, i contatti con l’Oriente, lo sviluppo politico e la varietà culturale stimolano un atteggiamento critico e aperto. L’esperienza di un mondo variegato e mutevole alimenta l’esigenza di trovare un principio stabile che dia senso e ordine al molteplice. È in questo ambiente che matura la convinzione che la realtà sia governata da leggi necessarie, accessibili alla ragione, e che l’uomo possa indagarle con l’osservazione e il pensiero. Il concetto chiave della loro ricerca è quello di arché, termine che significa sia “principio” sia “fondamento” sia “comando”. Cercare l’arché significa interrogarsi sull’origine di tutte le cose, ma anche individuare ciò che permane nel tempo e regge la varietà dei fenomeni. È la domanda radicale: da dove viene ciò che esiste? Quale realtà sostiene e ordina l’universo?
La tradizione attribuisce a Talete la prima risposta: l’arché sarebbe l’acqua. Non una divinità, non un mito, ma un elemento naturale osservabile, indispensabile alla vita e capace di trasformazioni. L’acqua irriga i campi, sostiene le navi, si condensa e si scioglie, scorre nei fiumi e cade come pioggia. Tutto ciò che vive dipende da essa: per questo Talete poteva considerarla il fondamento della realtà. La sua intuizione non va giudicata per la correttezza scientifica, ma per la portata concettuale: è il primo tentativo di spiegare il mondo attraverso un principio naturale, inaugurando così la filosofia.
Secondo una tradizione riportata da Erodoto, Talete avrebbe previsto un'eclissi di Sole avvenuta nel 585 a.C. durante una guerra tra Medi e Lidi. Gli storici discutono se la previsione sia realmente avvenuta o se si tratti di una leggenda successiva. In ogni caso il racconto mostra come Talete fosse considerato già dagli antichi il simbolo di un nuovo modo di conoscere il mondo: non attraverso il mito, ma mediante l'osservazione dei fenomeni naturali.
Ma già un altro pensatore di Mileto, Anassimandro, avverte il limite di questa soluzione. Se l’arché fosse un elemento determinato, come l’acqua, non potrebbe spiegare gli altri opposti che osserviamo nella natura. L’acqua, infatti, è umida e fredda: come potrebbe generare il caldo e il secco? Per rendere conto della varietà del mondo, il principio deve essere qualcosa di illimitato e indeterminato, che Anassimandro chiama ápeiron. Questo termine significa “senza confini, senza determinazioni”, ed esprime l’idea di un’origine che non appartiene a nessuna delle realtà particolari, ma che le contiene tutte in potenza. L’ápeiron è eterno e divino: da esso si separano i contrari — caldo e freddo, secco e umido — che, scontrandosi e alternandosi, generano il mondo e i suoi cicli. E poiché tutto ciò che nasce porta con sé un’ingiustizia, nel senso che occupa uno spazio sottraendolo ad altro, tutto ciò che esiste deve “pagare il fio” e ritornare all’indistinto. Il celebre frammento di Anassimandro dice infatti: «Le cose periscono l’una nell’altra, rendendo giustizia e pagando l’una all’altra il fio dell’ingiustizia, secondo l’ordine del tempo». Qui la nascita e la morte non sono viste come eventi casuali, ma come momenti di una legge universale di giustizia cosmica, che governa il divenire.
A questo punto interviene un altro pensatore milesio, Anassimene, che cerca un principio capace di spiegare l’unità e nello stesso tempo la varietà dei fenomeni. Egli sceglie l’aria, elemento invisibile ma presente ovunque, che respiriamo e senza il quale non c’è vita. L’aria ha inoltre una proprietà fondamentale: può mutare stato. Rarefacendosi diventa fuoco; condensandosi, invece, si trasforma progressivamente in vento, nuvole, acqua, terra e pietra. In questo modo, la molteplicità del mondo appare come il risultato di diverse trasformazioni di un unico elemento.
Se consideriamo insieme queste dottrine, appare evidente un percorso unitario: dal riferimento a un elemento concreto e vitale come l’acqua, si passa all’idea di un principio astratto e illimitato come l’ápeiron, per giungere infine a una sostanza naturale come l’aria, concepita però come dinamica e capace di assumere forme diverse. Non è tanto la risposta in sé a essere decisiva, quanto il metodo: la convinzione che la natura non sia un caos dominato dal capriccio divino, ma un cosmo ordinato, retto da leggi che la ragione può indagare.
L’eredità dei filosofi della natura è dunque duplice. Da un lato essi affermano l’unità del reale: dietro la molteplicità delle cose c’è un fondamento comune, che permane nonostante il continuo nascere e morire degli esseri. Dall’altro, introducono un nuovo atteggiamento nei confronti della conoscenza: al posto del mito, la spiegazione razionale; al posto delle genealogie divine, l’osservazione e l’argomentazione. In questo senso, Talete, Anassimandro e Anassimene non sono solo figure della storia antica, ma i veri fondatori del pensiero occidentale.
Essi ci lasciano l’idea che la realtà, pur nella sua mutevolezza, obbedisca a un ordine necessario; che la nascita e la morte non siano disordine, ma tappe di un processo regolato; che l’uomo, usando la ragione, possa comprendere il mondo in cui vive. La filosofia nasce così come ricerca di senso universale, come fiducia nella capacità della mente di scoprire l’unità che si nasconde dietro il molteplice.