FILOSOFIA CONNESSA

9. Le filosofie ellenistiche e il neoplatonismo

9.7. Testi

Indice delle letture

  1. Dalla Lettera a Meneceo, la felicità consiste nella serenità dell'animo 
  2. Dalle Lettere a Lucillo, gli "indifferenti" e il vero bene
  3. Domande per la comprensione e la discussione

 

Testo 1 – Epicuro: la felicità consiste nella serenità dell’animo

Nella Lettera a Meneceo, Epicuro affronta alcuni dei temi centrali della sua filosofia: la paura della morte, il significato del piacere e la ricerca della felicità. Secondo Epicuro, gli uomini soffrono soprattutto a causa di paure e desideri inutili. La filosofia deve quindi liberarli dall’angoscia e guidarli verso una vita semplice, equilibrata e serena.

Poi abituati a pensare che la morte non costituisce nulla per noi, dal momento che il godere e il soffrire sono entrambi nel sentire, e la morte altro non è che la sua assenza. L’esatta coscienza che la morte non significa nulla per noi rende godibile la mortalità della vita, togliendo l’ingannevole desiderio dell’immortalità. Non esiste nulla di terribile nella vita per chi davvero sappia che nulla c’è da temere nel non vivere più. [...] La morte, il più atroce dunque di tutti i mali, non esiste per noi. Quando noi viviamo la morte non c’è, quando c’è lei non ci siamo noi.

[...] Ricordiamoci poi che il futuro non è del tutto nostro, ma neanche del tutto non nostro.

 [...] Così pure teniamo presente che per quanto riguarda i desideri, solo alcuni sono naturali, altri sono inutili, e fra i naturali solo alcuni quelli proprio necessari [...]. Una ferma conoscenza dei desideri fa ricondurre ogni scelta o rifiuto al benessere del corpo e alla perfetta serenità dell’animo, perché questo è il compito della vita felice.

Per questo noi riteniamo il piacere principio e fine della vita felice [...]. Ogni piacere dunque è bene per sua intima natura, ma noi non li scegliamo tutti. Allo stesso modo ogni dolore è male, ma non tutti sono sempre da fuggire. [...] Quando dunque diciamo che il bene è il piacere, non intendiamo il semplice piacere dei goderecci [...], ma quanto aiuta il corpo a non soffrire e l’animo a essere sereno.

Epicuro, Lettera a Meneceo, in Diogene Laerzio, Vite e dottrine dei filosofi illustri, libro X, 124-132, pubblico dominio

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Testo 2 – Seneca: gli “indifferenti” e il vero bene

Per gli stoici la felicità non dipende dalla ricchezza, dal successo o dal piacere, ma dalla virtù. Solo la virtù infatti rende davvero libero l’uomo, perché soltanto essa dipende dalla ragione e dalla capacità di governare sé stessi. Tutto ciò che è esterno — salute, fama, denaro, potere, ma anche dolore, povertà o malattia — non costituisce il vero bene né il vero male. Gli stoici chiamano queste realtà “indifferenti”, perché non determinano il valore morale di una persona. Alcuni indifferenti possono essere preferibili, come la salute o la sicurezza; altri possono invece essere sgraditi, come la sofferenza o la malattia. Tuttavia nessuna di queste condizioni rende automaticamente felici o infelici: ciò che conta davvero è il modo in cui l’uomo le affronta. Nel brano seguente Seneca spiega che il bene autentico consiste nel vivere secondo natura, cioè secondo ragione. Anche nelle difficoltà il saggio mantiene equilibrio e libertà interiore.

È compito della ragione fare da arbitro tra il bene e il male; essa tiene in poco conto i fattori estranei ed esteriori, e quelli che non sono né beni né mali li giudica accessori e di nessuna importanza; per essa ogni bene è interiore.

Ma alcuni li considera beni primarî da ricercarsi di proposito, come la vittoria, i figli onesti, la salvezza della patria; altri secondari, che non si manifestano se non nelle avversità, come sopportare serenamente le malattie, il fuoco della tortura, l’esilio; altri indifferenti: non sono secondo natura più che contro natura.

Le prime due categorie di beni sono, invece, diverse: gli uni sono secondo natura, gioire dell’amore dei figli, della salvezza della patria; gli altri contro natura, affrontare con coraggio la tortura e sopportare la sete quando la febbre brucia dentro. “Ma come? È un bene una cosa contro natura?” No; ma a volte è contro natura la situazione in cui si manifesta quel bene. Essere feriti, bruciati dal fuoco, afflitti da una malattia, è contro natura, ma conservare un animo imperturbabile in queste circostanze è secondo natura.

[...] non esiste nessun bene senza ragione e la ragione segue la natura. “Che cos’è, dunque, la ragione?” È l’imitazione della natura. “Qual è il sommo bene dell’uomo?” Comportarsi secondo natura.

Seneca, Lettere a Lucilio, lettera 66., pubblico dominio

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Domande per la comprensione e la discussione

  1. Perché, secondo Epicuro, la morte “non costituisce nulla per noi”?
  2. In che modo la paura della morte può impedire agli uomini di vivere serenamente?
  3. Quale significato attribuisce Epicuro al piacere?
  4. Perché Epicuro distingue tra piaceri da scegliere e piaceri da evitare?
  5. Che rapporto esiste, nel testo epicureo, tra saggezza e felicità?
  6. Che cosa significa, per Seneca, che “ogni bene è interiore”?
  7. Perché gli stoici definiscono “indifferenti” molti beni esteriori?
  8. In che senso affrontare con coraggio il dolore può essere considerato un bene?
  9. Che cosa significa “vivere secondo natura” secondo Seneca?
  10. Quali differenze emergono, nei due testi, tra la concezione epicurea e quella stoica della felicità?