FILOSOFIA CONNESSA

5. Platone 1/2: Socrate, il dialogo e la nascita della filosofia platonica

5.8. Testi

Testo 1. Dal Critone: giustizia, legge e scelta morale

Il Critone è ambientato nel carcere di Atene, poco prima dell’esecuzione di Socrate. L’amico Critone propone a Socrate di fuggire, offrendogli i mezzi materiali e l’appoggio necessario. Il dialogo non ricostruisce il processo (già noto dall’Apologia), ma si concentra su una scelta concreta e drammatica: è giusto fuggire per salvare la propria vita?
Platone utilizza questa situazione per affrontare un problema centrale del capitolo: il rapporto tra giustizia, legge e coscienza individuale.
Il brano proposto è quello in cui Socrate rifiuta la proposta di fuga e argomenta che non è mai giusto commettere un’ingiustizia, nemmeno per rispondere a un’ingiustizia subita. Attraverso il dialogo con Critone, Socrate mostra che le decisioni morali non possono basarsi sull’opinione dei più, sull’utile personale o sull’emozione del momento.

Come fare, a valutare la situazione nel modo più equilibrato? Direi di prendere, per cominciare, il tuo argomento dell'opinione della gente. Avevamo o no ragione ad affermare ripetutamente che di alcune opinioni bisogna tener conto, di altre no? Forse che l'affermazione era ragionevole prima della mia condanna a morte, mentre ora risulta evidente che si diceva così, tanto per dire, ed era in realtà tutto un gioco, uno stare a chiacchiera? Voglio proprio vedere insieme a te, Critone, se quell'argomento mi apparirà sotto una luce uguale o diversa, ora che mi trovo così: e se lo manderemo a farsi benedire o vi aderiremo. Secondo me si è sempre inteso, da parte di quelli che ritengono di aver qualcosa da dire, più o meno quel che ho sostenuto io poco fa: delle opinioni umane alcune vanno tenute in considerazione, altre no. Per gli dèi, Critone, non ti par corretto questo? Per quanto è umanamente verosimile tu non corri il rischio di morire domani, e la presente congiuntura non dovrebbe obnubilare il tuo giudizio. Ti soddisfa quest'affermazione che non tutte le opinioni umane sono apprezzabili, ma alcune sì e altre no, e non quelle di tutti ma di alcuni sì e di altri no? Che mi dici? Non è corretto?
CRITONE  Lo è
SOCRATE  Si tratta dunque di apprezzare le opinioni buone, ma non quelle cattive?
CRITONE  Sì.
SOCRATE  E buone non sono forse quelle degli uomini saggi, cattive quelle degli stolti?
CRITONE  E come no?...
SOCRATE  Ora dimmi come la mettevamo su quest'altro punto. Uno che si dedica specificatamente alla ginnastica fa attenzione all'elogio, al biasimo e all'opinione di chiunque o solamente di un medico o di un istruttore?
CRITONE  Solamente di costui.
SOCRATE  Dunque è il caso di temere i rimproveri o gradire gli elogi di quello solo, non della gente in genere.
CRITONE  Chiaro.
SOCRATE  Dovrà allora comportarsi, e far ginnastica, e mangiare e bere, seguendo le direttive di quell'unico che è esperto e ci capisce, piuttosto che di tutti gli altri?
CRITONE  Proprio così.
SOCRATE  Bene. E se d'altro canto a quell'unico vorrà disubbidire, disprezzandone opinione ed elogi e privilegiando quelli della gente, che pur non ne capisce niente, non ne risentirà alcun danno?
CRITONE  E come no?...
SOCRATE  E che tipo di danno? Dove tende, a quale parte della persona del disubbidiente?
CRITONE  Ma è chiaro, al corpo: è questo, che rovina.
SOCRATE  Giusto. E - senza addentrarci in ogni minuzia - non è lo stesso anche per il resto, Critone? Riguardo cioè al giusto e all'ingiusto, al brutto e al bello, al buono e al cattivo, su cui ora dobbiamo decidere, dobbiamo seguire e temere l'opinione della gente o di quell'unico - se c'è - che se ne intende, che bisogna riverire e temere più che tutti quanti gli altri? E se non daremo retta a lui, finiremo per corrompere e guastare quella parte di noi che per opera di ciò che è giusto diventa migliore, e con l'ingiusto si deteriora. È una sciocchezza, questa?
CRITONE  Ti do ragione, Socrate.
SOCRATE  Proseguiamo: se tralasciando di seguire il parere di chi se ne intende roviniamo quella parte di noi che con ciò che è salutare migliora e con ciò che è malsano si corrompe, una volta che sia corrotta ci resta possibile vivere? E si tratta del corpo, no?...
CRITONE  Sì.
SOCRATE  Ora, ci è mai possibile vivere con un corpo malandato e corrotto?
CRITONE  Assolutamente no.
SOCRATE  E ci sarebbe invece possibile vivere se fosse corrotta quella parte di noi che viene guastata dall'ingiusto, mentre dal giusto riceve giovamento? O giudichiamo inferiore al corpo quella parte di noi, qualunque essa sia, che è di pertinenza della giustizia e dell'ingiustizia?
CRITONE  Niente affatto.
SOCRATE  La giudichiamo, allora, superiore?
CRITONE  E di molto.
SOCRATE  Allora, carissimo, dovremo curarci di cosa dirà di noi non la gente, ma colui che di giusto e ingiusto se ne intende, lui solo, e la verità stessa. Quindi non è corretto, in primo luogo, questa tua proposta di curarci dell'opinione della gente sul giusto, il bello, il buono e i loro contrari. "Ma intanto" si potrebbe dire "la gente è in grado di darci la morte."
CRITONE  Chiaro anche questo: si potrebbe effettivamente dire, Socrate, è vero.
SOCRATE  Ma, mio meraviglioso amico, il ragionamento che abbiamo fatto sin qui mi pare assomigliare ancora al precedente. Rifletti, adesso, se resta vero o meno che estremamente importante è non tanto vivere quanto vivere bene.
CRITONE  Certo che resta vero.
SOCRATE  E resta vero o no, che vivere bene e con onestà e giustizia è la stessa cosa?
CRITONE  Resta vero.
SOCRATE  Sulla base di quanto abbiamo ammesso, esaminiamo ora se sia giusto o ingiusto che io cerchi di evadere senza il consenso degli Ateniesi; e se ci sembra giusto proviamoci, altrimenti lasciamo perdere. Quanto alle tue considerazioni su spesa, reputazione e crescita dei figli, c'è il serio pericolo, Critone, che siano speculazioni da gente che, come facilmente uccide, altrettanto facilmente riporterebbe anche in vita, se solo ne fosse capace: gente cioè, come i più, senza giudizio. Ma noi atteniamoci al nostro ragionamento e chiediamoci solo se, come abbiamo appena detto, spendendo denaro e riconoscenza con questi che mi porteranno fuori di qui faremo cosa giusta, fra te che vuoi tirarmi fuori e me che acconsento: o se, in realtà, con tutto ciò, commetteremo un'ingiustizia. E se ci apparirà chiaro che di un'azione ingiusta si tratta, cerchiamo di non preoccuparci di dover morire o di subire qualsiasi altra pena (e restiamo con tranquillità al nostro posto), dandoci pensiero, piuttosto, di non commettere un'ingiustizia.
CRITONE  Trovo che hai ragione, Socrate: pensa ora al da farsi.
SOCRATE  Riflettiamoci assieme, carissimo. E se hai qualche argomento da opporre ai miei, fai pure e ti ascolterò: altrimenti, benedett'uomo, smetti di ripetere sempre la stessa solfa, che bisogna che me ne vada di qui anche contro il volere degli Ateniesi. Certo, ci tengo a muovermi in questa faccenda dopo averti convinto, non contro la tua approvazione. Vedi ora se ti pare soddisfacente il punto di partenza, e cerca poi di dare alle domande le risposte più meditate.
CRITONE  Ebbene, ci proverò.
SOCRATE  Diciamo che non bisogna commettere volontariamente ingiustizia in nessun caso, o per certi versi sì, e per certi altri no? O diciamo - e su questo punto ci siamo già trovati d'accordo, più d'una volta - che il commettere ingiustizia non è affatto cosa buona, né bella? Che tutte le conclusioni una volta raggiunte si siano in questi pochi giorni rimescolate, e tanto abbiamo indugiato nelle nostre appassionate discussioni, Critone, da non renderci conto che nulla ci distingueva, alla nostra età, da dei bambini? O piuttosto le cose stanno come si diceva allora: sia che la gente lo ammetta o no, sia che siamo costretti a sopportare sofferenze peggiori o più lievi di queste, in ogni caso commettere ingiustizia è, per chi lo fa, cosa brutta e turpe? Sì o no?
CRITONE  Sì.
SOCRATE  Dunque in nessun caso va commessa ingiustizia.
CRITONE  Assolutamente no.
SOCRATE  E dal momento che in nessun caso va commessa ingiustizia, neanche chi la subisca dovrà ricambiarla, come pensa la gente.

Platone, Critone 46b–49a, dominio pubblico

Testo 2. Dal Cratilo: linguaggio e conoscenza
 
Nel dialogo Cratilo, Platone affronta il problema del linguaggio e del suo rapporto con la conoscenza. Attraverso il confronto tra Socrate e Cratilo, viene messa in discussione l’idea che i nomi possano garantire automaticamente la verità delle cose. In questo brano, Socrate mostra che, se il linguaggio è uno strumento indispensabile per comunicare e orientarsi nella realtà, non può tuttavia costituire il fondamento ultimo della conoscenza: per conoscere davvero, occorre rivolgersi alle cose stesse.

SOCRATE: [...]Poco fa, nelle tue precedenti argomentazioni, se te ne ricordi, sostenesti che era pur necessario che chi poneva i nomi conoscesse bene le cose a cui doveva dare i nomi: ti sembra ancora così, o no?
CRATILO: Ancora.
SOCRATE: E anche chi attribuisce i primi nomi dici che li attribuisce conoscendo?
CRATILO: Sì, conoscendo.
SOCRATE: Da quali nomi dunque aveva imparato o scoperto gli oggetti, se i primi nomi non erano stati ancora attribuiti, mentre noi sosteniamo che è impossibile imparare o scoprire gli oggetti se non per averne appreso i nomi o per averli scoperti quali essi sono?
CRATILO: Mi pare, Socrate, che tu dica qualcosa di importante.
SOCRATE: In qual modo dunque possiamo sostenere che essi sapendo attribuissero i nomi o fossero legislatori, prima che fosse stato assegnato qualunque nome ed essi ne fossero a conoscenza, se non è dato imparare gli oggetti se non attraverso i nomi?
CRATILO: Pare proprio così.
SOCRATE: È possibile dunque, Cratilo, come pare, imparare, senza l'apporto dei nomi, la realtà delle cose?
CRATILO: Pare.
SOCRATE: E attraverso quale altro mezzo pensi tu di potere apprenderli?
CRATILO: Forse con un altro criterio che non sia questo, ma adatto e giustissimo, e cioè vagliarli tra loro se sono congeneri ed essi stessi mediante loro stessi.
SOCRATE: Se dunque è possibile conoscere gli oggetti attraverso i nomi, ma lo è anche attraverso loro stessi, quale è l'apprendimento più bello e più chiaro? Imparare dall'immagine o dalla verità stessa?
CRATILO: È necessario dalla verità, a mio parere.
SOCRATE: Ci si deve dunque accontentare di aver riconosciuto almeno questo: che non dai nomi ma molto di più da se stesse le cose vanno imparate e ricercate.

Platone, Cratilo, 438a–440c, dominio pubblico

Testo 3. Dalla lettera VII: la delusione politica e la scelta della filosofia

Nella Lettera VII Platone riflette sulla propria esperienza giovanile e sul rapporto tra filosofia e politica. In questo passo autobiografico egli racconta la delusione maturata di fronte agli eventi politici di Atene, dalla tirannide dei Trenta alla condanna a morte di Socrate. Il testo chiarisce come da questa esperienza nasca la convinzione che solo la filosofia possa offrire un criterio autentico di giustizia, nella vita pubblica come in quella privata.

Quando ero giovane, io ebbi inesperienza simile a quella di molti altri: pensavo di dedicarmi alla vita politica, non appena fossi divenuto padrone di me stesso. Or mi avvenne che questo capitasse allora alla città: il governo, attaccato da molti, passò in altre mani, e cinquantun cittadini divennero i reggitori dello stato. Undici furono posti a capo del centro urbano, dieci a capo del Pireo, e sopra costoro trenta magistrati con pieni poteri. Tra costoro erano alcuni miei familiari e conoscenti, che subito mi invitarono a prender parte alla vita pubblica.

Io credevo veramente che avrebbero purificata la città dall’ingiustizia traendola a un viver giusto, e perciò stavo ad osservare attentamente che cosa avrebbero fatto. M’accorsi così che in poco tempo fecero apparire oro il governo precedente: tra l’altro, un giorno mandarono Socrate, un mio amico più vecchio di me, un uomo ch’io non esito a dire il più giusto del suo tempo, ad arrestare un cittadino per farlo morire; ma egli non obbedì, preferendo correre qualunque rischio che farsi complice di empi misfatti.

Io allora, vedendo tutto questo, fui preso da sdegno e mi ritrassi dai mali di quel tempo. Poco dopo cadde il governo dei Trenta e fu abbattuto quel regime. E di nuovo mi prese, sia pure meno intenso, il desiderio di dedicarmi alla vita politica. Anche allora accaddero molte cose da affliggersene, ma bisogna riconoscere che gli uomini allora ritornati furono pieni di moderazione. Se non che accadde poi che alcuni potenti intentarono un processo a quel mio amico, a Socrate, accusandolo di empietà, e lo condannarono a morte.

Vedendo questo, e osservando gli uomini che allora si dedicavano alla vita politica, e le leggi e i costumi, quanto più li esaminavo ed avanzavo nell’età, tanto più mi sembrava che fosse difficile partecipare all’amministrazione dello stato, restando onesto. Le leggi e i costumi si corrompevano e si dissolvevano, sicché io, che una volta desideravo moltissimo di partecipare alla vita pubblica, finii per sbigottirmene. Fui così costretto a dire che solo la retta filosofia rende possibile di vedere la giustizia negli affari pubblici e in quelli privati.

Testo 4. Dall' Apologia di Socrate: prendersi cura dell'anima

In questo passo dell’Apologia, Socrate spiega il senso della propria missione filosofica: richiamare i cittadini alla cura dell’anima e alla ricerca della verità, anche a costo dell’incomprensione e del rifiuto. Il brano mette in luce il nucleo etico della filosofia socratica, che Platone eredita e rielabora nei suoi dialoghi.

Io andrò in giro, obbedendo al dio, a persuadere ciascuno di voi, giovane o vecchio, a non prendersi cura prima né del corpo né delle ricchezze, ma dell’anima, affinché essa diventi la migliore possibile; e dirò che non è dalla ricchezza che nasce la virtù, ma dalla virtù la ricchezza e tutti gli altri beni, per i singoli uomini e per la città.

E se dicendo questo corrompo i giovani, allora perniciose sono queste parole; ma se qualcuno afferma che io insegni altro, afferma il falso. Perciò, o Ateniesi, che diate retta ad Anito oppure no, che mi assolviate oppure no, sappiate questo: io non farò mai nulla di diverso, neppure se dovessi morire molte volte.

Poiché sappiate bene che, se mi ucciderete, non troverete facilmente un altro come me, che il dio ha posto presso la città come un pungolo su un grande e generoso cavallo, che per la sua mole tende ad assopirsi: io vi stimolo, vi persuado e vi rimprovero senza tregua, per tutto il giorno, ovunque.

Domande di comprensione per la discussione

  1. Nel Critone, perché Socrate rifiuta di fuggire dal carcere anche se la condanna è ingiusta?
    Quale idea di giustizia emerge dalle sue parole?

  2. Sempre nel Critone, che rapporto viene descritto tra individuo e leggi della città?
    È un rapporto fondato sull’obbedienza, sul consenso o su entrambi?

  3. Nel Cratilo, quale problema emerge riguardo al linguaggio e ai nomi?
    Perché, secondo Socrate, i nomi non possono garantire da soli la conoscenza della verità?

  4. Che differenza viene stabilita nel Cratilo tra conoscere attraverso i nomi e conoscere le cose stesse?
    Quali rischi comporta affidarsi solo al linguaggio?

  5. Nella Lettera VII, quali eventi politici spingono Platone ad allontanarsi dalla vita politica attiva?
    In che modo la condanna di Socrate influisce su questa scelta?

  6. Secondo Platone, perché è difficile partecipare alla vita politica “restando onesti” nelle città del suo tempo?

  7. Quale ruolo assume la filosofia nella Lettera VII rispetto alla politica e alla giustizia?

  8. Nell’Apologia di Socrate, come viene descritta la missione del filosofo nella città?
    Che significato ha l’immagine del “pungolo”?

  9. Mettendo a confronto i quattro testi, quali caratteristiche comuni emergono della figura di Socrate?

  10. In che modo Platone, attraverso questi testi, inizia a delineare un proprio progetto filosofico, pur restando fedele all’eredità socratica?