FILOSOFIA CONNESSA

3. Sofisti e relativismo

3.2. Protagora

1. Vita, contesto e produzione


Il più celebre dei sofisti è Protagora, figura che seppe lasciare un’impronta profonda nella cultura greca del V secolo. Nato ad Abdera intorno al 490 a.C., fu un maestro itinerante, apprezzato per l’intelligenza acuta e la straordinaria capacità oratoria. Frequentò più volte Atene, dove entrò in rapporto con Pericle e contribuì alla progettazione della legislazione della colonia di Turii, in magna Grecia. La sua riflessione lo condusse però anche a posizioni delicate sul piano religioso, tanto che la pubblica lettura di uno scritto sugli dèi gli valse l’accusa di empietà e lo costrinse ad abbandonare la città. Diversi titoli sono attribuiti alla sua produzione – Ragionamenti demolitòri, Antilogie, Sull’essere, e anche scritti tecnici – ma gran parte di essi è perduta.


2. L’uomo-misura: relativismo e molteplici significati di “uomo”

Ciò che più di ogni altra cosa ha reso immortale il suo nome è la formula dell’“uomo-misura”: l’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono e di quelle che non sono in quanto non sono. Da questa frase è nato il celebre relativismo protagoreo, che tuttavia è più complesso di quanto possa sembrare. L’espressione “uomo”, infatti, non si riferisce a un’unica realtà, ma raccoglie diversi livelli della condizione umana, che vanno dal più immediato al più ampio. 

Il primo livello è quello dell’individuo. Ciascuno vive le cose secondo il proprio stato, la propria percezione, le proprie condizioni fisiche e interiori. Se io sento il miele come dolce e un altro come amaro, questa differenza non rivela un errore: indica che la verità appare diversamente ai due soggetti, e che non esiste un criterio che ci permetta di stabilire quale percezione sia quella “autentica”. Le cose non sono come sono in sé, ma come si manifestano all’esperienza concreta di ciascuno.
Accanto a questo livello strettamente personale, Protagora sembra far valere il senso dell’uomo come membro di una comunità. Ogni persona giudica e si orienta anche sulla base del linguaggio, delle consuetudini, delle norme che apprende dal gruppo sociale in cui vive. Ciò che è giusto, decoroso o utile dipende spesso dai criteri condivisi nella vita collettiva.
A loro volta le comunità appartengono a civiltà diverse, ognuna con usi propri: popoli differenti interpretano in modo opposto le stesse azioni, attribuiscono significati diversi ai riti, alle emozioni, alle norme. L’uomo-misura è allora anche l’uomo in quanto appartenente a una cultura, che crea una “seconda natura” fatta di valori, istituzioni, riti e leggi. Ciò che vale per noi può non valere per altri, non perché qualcuno sbagli, ma perché le misure del vero, del giusto e dell’utile variano con le esperienze storiche e collettive.
C’è poi l’uomo inteso come specie. Protagora riconosce che l’essere umano si distingue dagli animali non per superiorità naturale, ma perché ha saputo compensare la debolezza con l’invenzione delle tecniche e, soprattutto, con la capacità politica: giustizia, rispetto, convivenza regolata. Anche questo aspetto rientra nel significato di “uomo”, perché riguarda ciò che, al di là delle differenze individuali o culturali, caratterizza l’umanità nella sua struttura.
Infine l’espressione può essere intesa in un senso ancora più generale, come riferimento all’umanità nel suo insieme, all’esperienza umana nella sua totalità. L’uomo è misura delle cose non solo in quanto individuo, cittadino o membro di una civiltà, ma come essere umano che vive nel mondo, percepisce, giudica e agisce. Ogni livello contiene un diverso modo di essere misura: come singolo posso dire com’è per me una cosa; come parte di una comunità giudico ciò che è giusto; come rappresentante di una civiltà definisco ciò che è bene; come specie elaboro tecniche, norme e politiche; come umanità intera vivo la condizione comune dell’apparire delle cose. In questa prospettiva, il relativismo protagoreo non è un semplice soggettivismo sensistico, ma una concezione che intreccia fenomeni, culture, forme di vita e dimensioni storiche.


3. Linguaggio,  educazione politica e atteggiamento verso gli dèi


Se ogni opinione è vera per chi la sostiene, rimane comunque possibile distinguere ciò che è più utile da ciò che lo è meno. Protagora assegna all’utile il ruolo di criterio per orientarsi tra punti di vista diversi: non una verità assoluta, ma il vantaggio per il singolo e per la comunità. In questa prospettiva il sofista è il maestro che insegna ad argomentare, a valutare, a rendere più forte l’opinione che giova alla vita collettiva. La parola diventa un vero strumento tecnico, capace di influire sulle decisioni pubbliche.
La città, d’altra parte, è il luogo naturale della formazione dell’uomo: fin dall’infanzia essa trasmette agli individui giustizia e rispetto, rendendoli capaci di convivere in modo ordinato. Il sofista affianca questo processo, offrendo consapevolezza nell’uso del linguaggio e strumenti critici per affrontare le discussioni civili. La riflessione protagorea incontra uno snodo decisivo nel suo atteggiamento verso il divino. Nel trattato sugli dèi egli afferma di non poter sapere né che essi siano né che non siano, impedendo la conoscenza sia l’oscurità dell’argomento sia la brevità della vita umana. Questo agnosticismo gli costò l’accusa di empietà, ma rientra nella sua prospettiva generale: l’uomo è misura delle cose solo nei limiti della sua esperienza.