FILOSOFIA CONNESSA

2. Filosofia della natura

2.6. Testi

Aristotele: analisi delle dottrine dei predecessori

Il brano è tratto dalla Metafisica di Aristotele e rappresenta una sintesi della riflessione sui primi filosofi della natura. Aristotele ricostruisce il percorso del pensiero greco dalle origini, mostrando come i suoi predecessori abbiano cercato di individuare i principi primi di tutte le cose. Talete, Anassimene, Eraclito ed Empedocle interpretarono tali principi come elementi materiali — acqua, aria, fuoco, terra — da cui tutto proviene e in cui tutto si dissolve. Tuttavia, queste spiegazioni non bastavano a giustificare il movimento e l’ordine del mondo. Da qui la svolta di Anassagora, che introdusse l’idea di un Intelletto (Nous) come causa del movimento e dell’armonia dell’universo. Aristotele vede in questa intuizione il primo passo verso una spiegazione non solo materiale, ma anche finalistica della realtà — ossia una ricerca del “bene” e del “bello” come principi dell’essere.

La maggior parte di coloro che primi filosofarono pensarono che princìpi di tutte le cose fossero solo quelli materiali. Infatti essi affermano che ciò di cui tutti gli esseri sono costituiti e ciò da cui derivano originariamente e in cui si risolvono da ultimo, è elemento ed è principio degli esseri, in quanto è una realtà che permane identica pur nel trasmutarsi delle sue affezioni. E, per questa ragione, essi credono che nulla si generi e che nulla si distrugga, dal momento che una tale realtà si conserva sempre.

Talete, iniziatore di questo tipo di filosofia, dice che quel principio è l'acqua (per questo afferma anche che la terra galleggia sull'acqua), desumendo indubbiamente questa sua convinzione dalla costatazione che il nutrimento di tutte le cose è umido, e che perfino il caldo si genera dall'umido e vive nell'umido. Ora, ciò da cui tutte le cose si generano è, appunto, il principio di tutto. Egli desunse dunque questa convinzione da questo e inoltre dal fatto che i semi di tutte le cose hanno una natura umida e l'acqua è il principio della natura delle cose umide [...].

Anassimene, invece, e Diogene considerarono come originaria, più dell'acqua, l'aria e, fra i corpi semplici, la considerarono come principio per eccellenza, mentre Ippaso di Metaponto ed Eraclito di Efeso considerarono come principio il fuoco.

Invece Empedocle pose come princìpi i quattro corpi semplici, aggiungendo ai tre sopra menzionati anche un quarto, cioè la terra. Essi, infatti, restano sempre immutati e non sono soggetti a divenire se non per aumento o diminuzione di quantità, quando si c.ongiungono in una unità o si sciolgono da essa.

Anassagora di Clazomene, che per età viene prima di Empedocle ma è posteriore per le opere, afferma che i principi sono infiniti: infatti egli dice che pressoché tutte le omeomerie si generano e si corrompono unicamente in quanto si riuniscono e si disgiungono così come avviene per l'acqua o per il fuoco, mentre in altro modo non si generano né si corrompono, ma permangono eterne.

In base a questi ragionamenti, si potrebbe credere che ci sia una causa unica: quella che diciamo causa materiale. Ma, mentre questi pensatori procedevano in questo modo, la realtà stessa tracciò loro la via e li costrinse a ricercare ulteriormente. Infatti, ammesso anche che ogni processo di generazione e di corruzione derivi da un unico elemento materiale, o anche da molti elementi materiali, perché mai esso ha luogo o quale ne è la causa? Infatti, non è certo il sostrato che fa mutare se stesso. Portiamo un esempio: né il legno né il bronzo, singolarmente presi, sono causa del proprio mutare; il legno non fa il letto né il bronzo fa la statua, ma causa del loro mutamento è qualcos'altro. Ora, ricercare questo significa, appunto, ricercare l'altro principio, ossia, come noi potremmo dire, il principio del movimento. Coloro, dunque, che fin dai primi inizi intrapresero questo tipo di ricerca e sostennero che uno solo è il sostrato, non si resero conto di questa difficoltà. Anzi, alcuni di coloro che affermano questa unicità del sostrato, quasi sopraffatti dalla difficoltà di questa ricerca del principio del movimento, affermano che questo sostrato uno è immobile e che è immobile anche tutta la natura, non solo nel senso che non si genera né si corrompe, ma anche nel senso che è immobile rispetto ad ogni altro genere di mutamento. Dunque, nessuno di coloro che affermarono che il tutto è una unità riuscì a scoprire una causa di questo tipo, tranne, forse, Parmenide: nella misura, almeno, in cui egli pose non solo l'esistenza dell'uno, ma altresì l'esistenza di due altre cause. Coloro che ammettono più princìpi possono risolvere meglio la questione: così, per esempio, coloro che ammettono come princìpi caldo e freddo o fuoco e terra; costoro, infatti, si servono del fuoco come se fosse dotato di natura motrice e, invece, si servono dell'acqua e della terra e degli altri elementi di questo tipo come se fossero dotati della natura contraria.

Dopo questi pensatori e dopo la scoperta di questi principi, i quali non sono sufficienti a produrre la natura e gli esseri, i filosofi, nuovamente costretti dalla verità stessa, si posero alla ricerca di un principio ulteriore. Infatti, del fatto che alcuni degli esseri siano belli o buoni e che altri lo diventino, non può indubbiamente essere causa né il fuoco, né la terra né alcun altro di questi elementi, e non è neppure possibile che quei filosofi lo abbiano pensato. D'altra parte, non era cosa conveniente rimettere tutto questo al caso e alla sorte. Perciò, colui che disse che, così come negli animali, anche nella natura c'è una Intelligenza che è causa dell'ordine e della armonica distribuzione di ogni cosa, sembrò il solo filosofo assennato, e, al suo paragone, i predecessori sembrarono gente che parla alla ventura. Ora, sappiamo con certezza che Anassagora fece questi ragionamenti; ma si tramanda che Ermotimo di Clazomene per primo abbia parlato di questo. Comunque, coloro che hanno ragionato in questo modo, hanno posto la causa del bene e del bello come principio degli esseri e hanno considerato questo tipo di causa come principio da cui deriva agli esseri il movimento.

Aristotele: Metafisica, I, 3


 
Parmenide: le due vie della conoscenza

Il passo appartiene al proemio del poema di Parmenide, dove il filosofo mette in scena un viaggio iniziatico. Un giovane — che rappresenta lo stesso autore — viene guidato dalle cavalle divine oltre il mondo umano, fino alla dimora di una dea. È lei ad accoglierlo e a rivelargli il nucleo della vera conoscenza. La dea gli spiega subito che esistono due vie possibili per il pensiero. La prima è la via di ciò che è, l’unica realmente percorribile e affidabile, perché l’essere non può non essere. La seconda è la via di ciò che non è, che risulta impraticabile: non si può pensare né esprimere il non-essere, perché pensare qualcosa significa già riconoscerle una forma di esistenza. In queste righe troviamo l’intuizione decisiva dell’eleatismo: la coincidenza tra pensiero ed essere. La verità non si coglie attraverso le opinioni mutevoli dei mortali, ma tramite un ragionamento rigoroso che si concentra su ciò che non cambia. È questo annuncio della dea a inaugurare la “dottrina dell’essere”, destinata a influenzare profondamente Platone e l’intera tradizione filosofica occidentale.

La dea mi accolse benevolmente, con la mano la mano destra mi prese e mi rivolse le seguenti parole: "O giovane, che insieme a immortali guidatrici giungi alla nostra casa con le cavalle che ti portano, salute a te! Non è un potere maligno quello che ti ha condotto per questa via (perché in verità è fuori del cammino degli uomini), ma un divino comando e la giustizia. Bisogna che tu impari a conoscere ogni cosa, sia l'animo inconcusso della ben rotonda Verità sia le opinioni dei mortali, nelle quali non risiede legittima credibilità. Ma tuttavia anche questo apprenderai, come le apparenze bisognava giudicasse che fossero chi in tutti i sensi tutto indaghi. Orbene io ti dirò e tu ascolta attentamente le mie parole, quali vie di ricerca sono le sole pensabili; l'una che è e che non è possibile che non sia, è il sentiero della Persuasione (giacchè questa tiene dietro alla Verità); l'altra che non è e che non è possibile che non sia, questa io ti dichiaro che è un sentiero del tutto inindagabile: perché il non essere né lo puoi pensare (non è infatti possibile), né lo puoi esprimere, .......infatti il pensare implica l'esistere [del pensato]. 

Parmenide, Sulla natura

Domande per la comprensione e la discussione
  1. Perché, secondo Aristotele, i primi filosofi cercarono un principio (arché) comune a tutte le cose? Quale esigenza di conoscenza emerge da questa ricerca?
  2. In che modo le spiegazioni dei filosofi della natura si differenziano dai racconti mitologici tradizionali?
  3. Quali sono le due vie indicate da Parmenide? Perché una di esse viene considerata impraticabile?
  4. Perché Parmenide attribuisce maggiore fiducia alla ragione che ai sensi? Quali conseguenze ha questa scelta per la ricerca della verità?
  5. Confrontando i due testi, quale idea di filosofia emerge? Ti sembra più convincente la ricerca dei filosofi della natura o il rigore razionale di Parmenide? Motiva la tua risposta.