FILOSOFIA CONNESSA
8. Aristotele 2/2: La filosofia prima e la metafisica
8.10. Testi
Indice delle letture
- Dalla Metafisica, il principio di non contraddizione
- Dalla Metafisica, l'essere si dice in molti modi
- Dall'Etica Nicomachea, la felicità come bene supremo
- Dall'Etica Nicomachea, la virtù come giusto mezzo
- Dall'Etica Nicomachea, l'amicizia
- Dalla Politica, l'uomo è un animale politico
- Domande per la comprensione e la discussione
Testo 1 – Il principio di non contraddizione
Nel libro IV della Metafisica Aristotele formula quello che considera il principio fondamentale di ogni pensiero e di ogni discorso razionale: il principio di non contraddizione. Senza questo principio, infatti, sarebbe impossibile distinguere il vero dal falso e ogni ragionamento perderebbe significato. Aristotele lo definisce il “principio più saldo di tutti”, poiché ogni dimostrazione e ogni forma di conoscenza lo presuppongono necessariamente.
È impossibile che la stessa cosa, ad un tempo, appartenga e non appartenga a una medesima cosa, secondo lo stesso rispetto (e si aggiungano pure anche tutte le altre determinazioni che si possono aggiungere, al fine di evitare difficoltà di indole dialettica).
È questo il più sicuro di tutti i princìpi: esso, infatti, possiede quei caratteri sopra precisati. Infatti, è impossibile che chicchessia creda che una stessa cosa sia e non sia, come, secondo alcuni, avrebbe detto Eraclito. In effetti, non è necessario che uno ammetta veramente tutto ciò che dice.
E se non è possibile che i contrari sussistano insieme in un medesimo soggetto (e si aggiungano a questa premessa le precisazioni solite), e se un’opinione che è in contraddizione con un’altra è il contrario di questa, è evidente che è impossibile, ad un tempo, che la stessa persona ammetta veramente che una stessa cosa esista e anche che non esista.
Aristotele, Metafisica, IV, 1005b-1006a, pubblico dominio
Testo 2 – L'essere si dice in molti modi
Nel libro IV della Metafisica Aristotele affronta uno dei problemi centrali della filosofia antica: il significato dell’essere. Contro la concezione parmenidea di un essere unico e immobile, Aristotele sostiene che l’essere si dice in molti sensi. Questa molteplicità, tuttavia, non implica disordine o casualità, perché tutti i significati dell’essere si riferiscono a un principio unitario: la sostanza. In questo passo il filosofo chiarisce il rapporto tra unità e molteplicità dell’essere e definisce il compito della metafisica.
L’essere si dice in molteplici significati, ma sempre in riferimento a un’unità e ad una realtà determinata. L’essere, quindi, non si dice per mera omonimia, ma nello stesso modo in cui diciamo “sano” tutto ciò che si riferisce alla salute: o in quanto la conserva, o in quanto la produce, o in quanto ne è sintomo, o in quanto è in grado di riceverla; o anche nel modo in cui diciamo “medico” tutto ciò che si riferisce alla medicina.
Così, dunque, anche l’essere si dice in molti sensi, ma tutti in riferimento ad un unico principio: alcune cose sono dette esseri perché sono sostanza, altre perché affezioni della sostanza, altre perché vie che portano alla sostanza, oppure perché corruzioni, o privazioni, o qualità, o cause produttrici o generatrici sia della sostanza, sia di ciò che si riferisce alla sostanza.
È evidente, dunque, che gli esseri saranno oggetto di una unica scienza, appunto in quanto esseri. Tuttavia, in ogni caso, la scienza ha come oggetto, essenzialmente, ciò che è primo, ossia ciò da cui dipende e in virtù di cui viene denominato tutto il resto. Dunque, se questo primo è la sostanza, il filosofo dovrà conoscere le cause e i princìpi della sostanza. Ora, l’essere e l’uno sono una medesima cosa ed una realtà unica, in quanto si implicano reciprocamente. È evidente, infatti, che l’essere dell’uomo non si separa dalla unità dell’uomo né nella generazione né nella corruzione; e lo stesso vale anche per l’uno.
Aristotele, Metafisica, IV, 1003a-1004a, pubblico dominio
Testo 3 – La felicità come bene supremo
All’inizio dell’Etica Nicomachea Aristotele affronta il problema del fine dell’agire umano. Ogni azione e ogni scelta tendono infatti verso un bene; tuttavia, tra i molti fini perseguiti, deve esistere un bene supremo desiderato per se stesso e non in vista di altro. La ricerca etica consiste proprio nell’individuare questo fine ultimo. In questo passo emerge anche il rapporto tra etica e politica: il bene del singolo trova il suo pieno compimento nella vita della comunità.
Ogni arte e ogni ricerca, e similmente ogni azione e ogni proposito sembrano mirare a qualche bene; perciò a ragione definirono il bene: ciò a cui ogni cosa tende. Tuttavia sembra esservi una differenza tra i fini: talora infatti essi sono attività, talora invece, oltre ad esse, opere definite. Quando vi sono dei fini definiti nelle azioni, allora le opere sono più importanti delle attività.
E poiché vi sono molte azioni e arti e scienze, vi sono anche molti fini: infatti il fine della medicina è la salute, quello della costruzione navale il navigare, quello della strategia la vittoria, quello dell’economia la ricchezza. Quante ve ne sono di tal genere, tutte sono subordinate ad una sola capacità: come la fabbricazione delle briglie all’ippica e così pure tutto ciò che concerne l’equipaggiamento del cavaliere; la stessa azione militare è subordinata alla strategia; e nello stesso modo le altre sono rispettivamente subordinate ad un’altra capacità. Ma, in tutte, i fini di quelle scienze architettoniche sono più importanti dei fini di quelle subordinate. Infatti solo in funzione di quelli si seguono anche questi.
[...]
Se poi vi è un fine delle nostre azioni che noi vogliamo di per se stesso, mentre gli altri li vogliamo solo in vista di quello, e non desideriamo ogni cosa in vista di un’altra cosa singola, è chiaro che questo dev’essere il bene e il bene supremo.
Non è forse vero che per la vita la conoscenza del bene ha una grande importanza e che possedendola, come gli arcieri che sanno il loro scopo, meglio possiamo scoprire ciò che si deve fare?
[...]
Sembrerebbe che debba appartenere alla più importante e alla più architettonica. Questa sembra essere la politica. Essa determina quali scienze sono necessarie nelle città e quali ciascuno deve apprendere e fino a che punto.
Vediamo infatti che anche le scienze più onorate si trovano sotto di essa, come la strategia, l’economia e la retorica. Dal momento che essa si serve delle altre scienze pratiche, e inoltre stabilisce che cosa bisogna fare e che cosa evitare, il suo fine potrebbe comprendere quello delle altre, cosicché esso sarebbe il bene umano.
Se infatti identico è il bene per il singolo e per la città, sembra più importante e più perfetto scegliere e difendere quello della città; certo esso è desiderabile anche quando riguarda una sola persona, ma è più bello e più divino se riguarda un popolo e le città.
Aristotele, Etica Nicomachea, I, 1094a-1094b, pubblico dominio
Testo 4 – La virtù come giusto mezzo
Nel secondo libro dell’Etica Nicomachea Aristotele approfondisce il tema della virtù morale. La virtù non è una disposizione innata, ma un atteggiamento che si acquisisce attraverso l’abitudine e l’esercizio. In questo celebre passo il filosofo definisce la virtù come “giusto mezzo” tra due estremi opposti: l’eccesso e il difetto. Il giusto mezzo, tuttavia, non è una media matematica uguale per tutti, ma ciò che è appropriato alla situazione concreta e alla persona.
Dopo di ciò, dobbiamo esaminare che cos’è la virtù. Siccome dunque tre sono gli elementi che sorgono nell’anima: le passioni, le potenze e le disposizioni, la virtù deve appartenere ad uno di essi.
Chiamiamo passioni il desiderio, l’ira, la paura, l’ardimento, l’invidia, la gioia, l’amicizia, l’odio, il rincrescimento, l’emulazione, la pietà, insomma tutto ciò che è seguito da piacere o da dolore; definiamo invece potenze quelle virtù delle quali siamo capaci di sentire queste passioni; disposizioni, infine, quelle per le quali ci comportiamo bene o male nei riguardi delle passioni.
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S’è dunque detto qual è il genere della virtù. Ma non è sufficiente dire soltanto che essa è una disposizione, bensì occorre precisare quale essa sia. Si deve dire dunque che ogni virtù, secondo la qualità di cui essa è virtù, perfeziona questa e rende buono il suo risultato.
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Io chiamo dunque posizione di mezzo di una cosa quella che dista egualmente da ciascuno degli estremi, ed essa è una sola e identica in tutte le cose; e chiamo posizione di mezzo rispetto a noi ciò che non eccede né fa difetto; essa però non è unica, né eguale per tutti.
Ad esempio, ponendo il dieci come quantità eccessiva e il due come quantità difettiva, il sei si considera il mezzo rispetto alla cosa: e infatti il mezzo secondo la proporzione numerica. La posizione di mezzo riguardo a noi non va invece interpretata così: infatti se per qualcuno il mangiare dieci mine è troppo e il mangiarne due è poco, il maestro di ginnastica non per questo ordinerà di mangiarne sei mine; infatti per chi deve ricevere questa razione, essa può essere pure molto oppure poca.
Così dunque ogni persona che ha scienza evita l’eccesso e il difetto, mentre cerca il mezzo e lo preferisce, e questo mezzo è stabilito non in relazione alla cosa, bensì in relazione a noi.
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La virtù dunque riguarda le passioni e le azioni, nelle quali v’è l’eccesso, il difetto e il mezzo. La virtù è dunque una certa medietà, che ha come scopo il giusto mezzo.
La virtù è quindi una disposizione del proponimento, consistente nella medietà rispetto a noi stessi, definita dalla ragione e come l’uomo saggio la determinerebbe. È una medietà tra due vizi, uno per eccesso, l’altro per difetto.
[...]
Però non ogni azione né ogni passione ammette un giusto mezzo: alcune infatti già nel loro nome comprendono insieme un’idea di cattiveria, come la malignità, l’invidia e tra le azioni, l’adulterio, il furto, l’omicidio; tutte queste cose e quelle ad esse simili sono biasimate per essere di per se stesse cattive, non per il loro eccesso o difetto.
Aristotele, Etica Nicomachea, II, 1106a-1107a, pubblico dominio
Testo 5 – L'amicizia
Negli ultimi libri dell’Etica Nicomachea Aristotele dedica un’ampia riflessione all’amicizia (philía), considerandola una dimensione fondamentale della vita umana. L’amicizia non è soltanto un legame affettivo privato, ma una virtù che rende possibile la convivenza e contribuisce alla realizzazione della felicità. In questo passo Aristotele distingue tre forme di amicizia — fondate sull’utile, sul piacere e sul bene — e individua nell’amicizia tra uomini virtuosi la forma più alta e autentica di rapporto umano.
1. L’amicizia come necessità della vita
Dopo queste cose, dovrà far seguito una trattazione dell’amicizia, poiché essa è una virtù o è accompagnata da virtù, ed è, inoltre, radicalmente necessaria alla vita. Infatti, senza amici, nessuno sceglierebbe di vivere, anche se possedesse tutti gli altri beni.
E nella povertà e nelle altre disgrazie gli uomini pensano che l’unico rifugio siano gli amici. Essa poi aiuta i giovani a non commettere errori, i vecchi a trovare assistenza e ciò che alla loro capacità d’azione viene a mancare a causa della debolezza, ed infine coloro che sono nel fiore dell’età a compiere le azioni moralmente belle.
[...]
Sembra, poi, che sia l’amicizia a tenere insieme le città, ed i legislatori si preoccupano più di lei che della giustizia: infatti, la concordia sembra essere qualcosa di simile all’amicizia.
Quando si è amici, non c’è alcun bisogno di giustizia, mentre, quando si è giusti, c’è ancora bisogno di amicizia ed il più alto livello della giustizia si ritiene che consista in un atteggiamento di amicizia.
2. Le tre forme dell'amicizia
Le specie dell’amicizia sono tre, di numero uguale agli oggetti degni di essere amati: per ciascuna classe di essi, infatti, c’è una reciproca palese affezione, e quelli che si amano reciprocamente vogliono l’uno il bene dell’altro, bene specificato dal motivo per cui si amano.
Orbene, quelli che si amano reciprocamente a causa dell’utilità, non si amano per se stessi, ma in quanto ne deriva loro, reciprocamente, un qualche bene.
Parimenti nel caso in cui si amino a causa del piacere: infatti, essi non amano gli uomini spiritosi per il fatto che posseggono quella determinata qualità, ma perché a loro risultano piacevoli.
Dunque, coloro che amano a causa dell’utile amano a causa di ciò che è bene per loro, e quelli che amano per il piacere lo fanno per ciò che è piacevole per loro, e non in quanto l’amato è quello che è, ma in quanto è utile o piacevole.
Per conseguenza, queste amicizie sono accidentali: infatti, non è in quanto è quello che è che l’amato è amato, ma in quanto procura un bene o un piacere.
3. L’amicizia perfetta
L’amicizia perfetta, invece, è l’amicizia degli uomini buoni e simili per virtù: costoro, infatti, vogliono il bene l’uno dell’altro, in modo simile, in quanto sono buoni, ed essi sono buoni per se stessi.
Coloro che vogliono il bene degli amici per loro stessi sono i più grandi amici; infatti, provano questo sentimento per quello che gli amici sono per se stessi, e non accidentalmente.
Orbene, l’amicizia di costoro perdura finché essi sono buoni, e, d’altra parte, la virtù è qualcosa di permanente.
E come sono buoni, sono anche piacevoli, giacché i buoni sono piacevoli sia in senso assoluto sia gli uni in relazione agli altri.
[...]
Una tale amicizia, naturalmente, è permanente, giacché congiunge in sé tutte le qualità che gli amici devono possedere.
[...]
Inoltre, richiede tempo e consuetudine di vita comune: secondo il proverbio, infatti, non è possibile conoscersi reciprocamente finché non si è consumata insieme la quantità di sale di cui parla appunto il proverbio. Per conseguenza, non è possibile accogliersi come amici, né essere amici, prima che ciascuno si sia manifestato all’altro degno di essere amato e prima che ciascuno abbia ottenuto la confidenza dell’altro. E coloro che si scambiano rapidamente l’un l’altro i segni dell’amicizia, vogliono, sì, essere amici, ma non lo sono, se non sono anche degni di essere amati e se non lo sanno: infatti, la volontà di amicizia sorge rapidamente, ma non l’amicizia.
Aristotele, Etica Nicomachea, VII; 1155a-1156b, pubblico dominio
Testo 6 – L'uomo è un animale politico
All’inizio della Politica Aristotele riflette sull’origine e sul significato della comunità civile. La polis non nasce artificialmente, ma è il compimento naturale delle forme più semplici di convivenza umana, come la famiglia e il villaggio. Per questo motivo l’uomo è definito “animale politico”: solo vivendo nella comunità egli può realizzare pienamente la propria natura razionale e morale. In questo passo Aristotele collega strettamente politica, linguaggio e giustizia.
La comunità che risulta di più villaggi è lo stato, perfetto, che raggiunge ormai, per così dire, il limite dell’autosufficienza completa: formato bensì per rendere possibile la vita, in realtà esiste per rendere possibile una vita felice.
Quindi ogni stato esiste per natura, se per natura esistono anche le prime comunità: infatti esso è il loro fine e la natura è il fine; per esempio quel che ogni cosa è quando ha compiuto il suo sviluppo, noi lo diciamo la sua natura, sia d’un uomo, d’un cavallo, d’una casa.
Da queste considerazioni è evidente che lo stato è un prodotto naturale e che l’uomo per natura è un essere socievole; quindi chi vive fuori della comunità statale per natura e non per qualche caso o abitudine è o superiore all’uomo oppure inferiore. È chiaro quindi per quale ragione l’uomo è un essere socievole molto più di ogni ape e di ogni capo d’armento. Perché la natura, come diciamo, non fa niente senza scopo e l’uomo, solo tra gli animali, ha la parola.
La voce indica quel che è doloroso e gioioso e pertanto l’hanno anche gli altri animali; la parola è fatta invece per esprimere ciò che è giovevole e ciò che è nocivo e, di conseguenza, il giusto e l’ingiusto: questo è infatti proprio dell’uomo rispetto agli altri animali, di avere egli solo la percezione del bene e del male, del giusto e dell’ingiusto e degli altri valori.
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È evidente dunque che lo stato esiste per natura ed è anteriore a ciascun individuo: difatti, se non è autosufficiente, ogni individuo separato sarà nella stessa condizione delle altre parti rispetto al tutto, e quindi chi non è in grado di entrare nella comunità o per la sua autosufficienza non ne sente il bisogno, non è parte dello stato, e di conseguenza è o bestia o dio.
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Perciò, senza virtù, l’uomo è l’essere più sfrontato e selvaggio e il più volgarmente proclive ai piaceri d’amore e del mangiare. Ora la giustizia è elemento dello stato; infatti il diritto è il principio ordinatore della comunità statale e la giustizia è determinazione di ciò che è giusto.
Aristotele, Politica, I,1252b–1253a, pubblico dominio