FILOSOFIA CONNESSA
8. Aristotele 2/2: La filosofia prima e la metafisica
8.7. L’etica: il fine dell’agire umano
Dopo aver chiarito la struttura dell’essere e individuato il principio ultimo della realtà, la riflessione aristotelica si concentra sull’agire umano e sul suo fine. Il problema etico si colloca all’interno di un quadro più ampio: comprendere il bene dell’uomo significa determinarne la funzione propria e il modo in cui essa può essere realizzata. Le opere dedicate a questo ambito – tra cui l’Etica Nicomachea, l’Etica Eudemia e i cosiddetti Magna Moralia – sviluppano questa ricerca in forma sistematica, individuando nel fine ultimo il criterio che orienta tutte le azioni.
Ogni agire tende a un bene, e tra i molti beni perseguiti è necessario individuare quello che è scelto per se stesso e non in vista di altro. Questo bene è la felicità (eudaimonía), intesa come compimento pieno della vita umana. Essa non coincide con stati momentanei né con beni esterni come ricchezza, onore o piacere, ma consiste in un’attività stabile e conforme alla natura dell’uomo. Poiché l’uomo è un essere razionale, il suo bene si realizza nell’attività della ragione: la felicità è attività dell’anima secondo virtù, in una vita compiuta e autosufficiente.
La struttura dell’etica si chiarisce attraverso la teoria delle virtù. Aristotele distingue tra virtù etiche e virtù dianoetiche: le prime riguardano il carattere e si formano attraverso l’abitudine, le seconde appartengono all’intelletto e si sviluppano mediante l’insegnamento. Le virtù etiche si definiscono come disposizioni stabili a scegliere il giusto mezzo tra due estremi opposti, determinato dalla ragione e riferito alla situazione concreta. Il coraggio si colloca tra temerarietà e viltà, la generosità tra spreco e avarizia; il mezzo non indica una media aritmetica, ma una misura adeguata alla persona e alle circostanze.
Le virtù dianoetiche rappresentano invece le forme più alte dell’attività razionale. Aristotele distingue l’arte, che riguarda il produrre; la prudenza, che guida l’agire pratico; l’intelletto, che coglie immediatamente i principi primi; la scienza, che dimostra le verità necessarie; e infine la sapienza (sophía), che costituisce la forma più alta del sapere. Essa unisce intelletto e scienza nella conoscenza delle realtà più universali e delle cause supreme. La sapienza ha infatti per oggetto i principi primi dell’essere e ciò che vi è di più alto e necessario nella realtà. In questo senso, la figura del sapiente coincide con quella del filosofo, poiché la filosofia rappresenta il sapere che ricerca le cause ultime e il significato complessivo dell’essere.
L’acquisizione della virtù avviene attraverso la pratica: si diventa giusti compiendo azioni giuste, coraggiosi compiendo azioni coraggiose. L’etica aristotelica assume così il carattere di una teoria della formazione del carattere, nella quale la ragione orienta le passioni e guida la scelta deliberata. In questo quadro assume particolare rilievo la distinzione tra i diversi tipi di vita: accanto alla vita orientata ai beni esterni e alla vita politica, Aristotele individua nella vita contemplativa la forma più alta di esistenza, in quanto esprime nel modo più pieno l’attività razionale e si avvicina alla dimensione del divino.
L’etica si inserisce quindi in continuità con la metafisica: il fine dell’uomo viene compreso alla luce della sua natura e dell’ordine dell’essere. La felicità non è un possesso statico, ma il risultato di un’attività conforme alla virtù, che si sviluppa nel tempo e richiede una vita intera, nella quale ragione, carattere e azione trovano un equilibrio compiuto.