FILOSOFIA CONNESSA

4. Socrate

4.6. Testi

Testo 1: Socrate davanti ai giudici: dire il vero, non persuadere

Il brano è tratto dall’inizio dell’Apologia di Socrate, il dialogo in cui Platone ricostruisce il discorso pronunciato da Socrate durante il processo che ne decretò la condanna a morte. In questo passo Socrate si rivolge direttamente ai giudici e chiarisce il modo in cui intende difendersi: rifiutando la retorica elegante e persuasiva dei sofisti, egli dichiara di voler parlare in modo semplice e diretto, dicendo soltanto ciò che ritiene vero e giusto.
La scelta di questo brano risponde all’esigenza di presentare Socrate come personaggio pubblico e figura civile, più che come autore di una dottrina teorica. Nel confronto con il tribunale emergono infatti alcuni tratti fondamentali del suo modo di filosofare: l’ironia, la critica alla persuasione fine a se stessa, il rapporto problematico ma leale con la città di Atene. Il testo consente inoltre di cogliere come, per Socrate, la filosofia non sia un sapere da esibire, ma un esercizio di verità che coinvolge direttamente la vita e la responsabilità del filosofo di fronte alla comunità.

Quale impressione voi, o uomini ateniesi, abbiate avuto dai miei accusatori, non lo so; ma, per quan to mi riguarda, anch'io, a causa loro, per poco non mi dimenticai di me stesso: a tal punto essi hanno continuato a parlare in modo persuasivo; eppure, invero, non hanno detto alcunchè di vero, per così di re. Soprattutto mi meravigliai per una cosa fra le molte altre che affermarono a torto, in cui sostenevano che voi dovevate stare attenti a non farvi ingannare da me come se io fossi un abile parlatore. Giacchè il fatto di non vergognarsi poichè subito saranno confutati da me con i fatti, dopo che sarà risultato evi dente che io non sono affatto abile nel parlare, questo mi è sembrato essere il loro atto più sfrontato, a meno che costoro non chiamino abile colui che dice il vero; se infatti intendono questo, io certamente ammetterei di essere un oratore, sebbene non come costoro. Dunque questi, come io affermo, non han no detto alcunchè di vero, mentre voi da me ascolterete tutta la verità - non certo, per Zeus, o uomini ateniesi, discorsi abbelliti, come quelli di costoro, con frasi e con parole né ornati, bensì ascolterete di scorsi pronunciati con le parole che capitano - infatti credo sia giusto ciò che dico - e nessuno di voi si aspetti diversamente; né, del resto, sarebbe cosa per me conveniente, o uomini, presentarmi da voi a questa età come un giovane che compone discorsi. E peraltro, o uomini ateniesi, questa cosa vi chie do e vi scongiuro: qualora mi ascoltiate sostenere la mia difesa con quelle medesime parole con cui so no solito parlare sia in piazza, presso i banchi dei cambiavalute, dove molti di voi mi hanno ascoltato, sia altrove, non meravigliatevi e non fate chiasso per questo. Giacché la cosa sta così. Ora io, per la pri ma volta, mi sono presentato in un tribunale, all'età di settanta anni: pertanto io sono semplicemente estraneo al modo di parlare di qui. Come dunque, se realmente io fossi straniero, certamente mi perdo nereste se parlassi con quella voce e con quel modo in cui fossi cresciuto, così anche ora questo vi chiedo, giustamente, come credo, di non considerare il mio modo di parlare - giacché forse sarebbe peggiore, forse migliore - ma di guardare questo e a questo rivolgere la vostra attenzione, se io faccio affermazioni giuste oppure no: infatti questa è una qualità propria di un giudice, mentre per un oratore è doveroso dire la verità.

Platone, Apologia di Socrate, 17a–20c, pubblico dominio

Testo 2: Socrate visto dalla città: il filosofo come ciarlatano
Il brano è tratto dal prologo della commedia Le Nuvole, in cui Aristofane offre una rappresentazione comica e polemica di Socrate e dell’ambiente culturale a lui associato. Attraverso il personaggio di Lesina, un cittadino ateniese oppresso dai debiti, e del figlio Tirchippide, emerge il contesto sociale in cui la figura di Socrate viene percepita e giudicata dall’opinione comune. Il filosofo non compare direttamente in scena, ma viene evocato come capo di un “pensatoio”, frequentato da personaggi sospetti e dediti a ragionamenti astrusi.
La scelta di questo brano risponde all’esigenza di affiancare alla voce difensiva di Socrate, presentata nell’Apologia di Platone, una voce dissonante, espressione della satira e del pregiudizio diffuso nella città. Aristofane rappresenta Socrate come un sofista ciarlatano, lontano dalla vita concreta e potenzialmente pericoloso per l’ordine sociale. Il testo permette così di cogliere il clima culturale e le rappresentazioni distorte che contribuirono a rendere plausibili le accuse contro Socrate. Il confronto tra questo brano e quello platonico aiuta a comprendere come la figura del filosofo fosse al centro di interpretazioni contrastanti e perché la sua attività potesse apparire, a molti Ateniesi, inquietante e sovversiva.

PROLOGO
Piazza. In fondo due case, a sinistra quella di Socrate,
a destra quella di Lesina. Nell'interno di questa si scorge
Tirchippide, che dorme avvoltolato in molte coperte.
Lesina adagiato anche lui su un letticciuolo, si agita insonne.
LESINA:
 Ahimè, ahimè, che affare lungo queste
 notti, signore Giove! Non finiscono
 più. Quando mai si farà giorno? Eppure
 ho inteso il gallo da un bel pezzo! E i servi
 sotto a russare. Eh, un tempo non russavano!
 Ti si pigliasse un accidente, oh guerra!
 Per tante cause, e poi, perché non posso
 più castigare i servi! (Guarda il figlio) E questo bravo
 ragazzo, lui, la notte non si sveglia,
 ma tira peti, imbubbonito in cinque
 coltri! Ma imbacuchiamoci, e russiamo:
 cosa vuoi fare!
 (Tenta d'addormentarsi: poi si scuote improvvisamente)
 Ah, poveretto me,
 non ci riesco! Mi mordono i debiti,
 la mangiatoia e le spese di questo
 figliuolo! E lui va con tanto di zazzera,
 marcia a cavallo, guida cocchi, sogna
 corsieri! E io crepo, nel veder la luna
 che s'avvicina al venti: e i frutti corrono!
 (Ad un servo)
 Ragazzo, accendi il lume, e porta il libro,
 che veda a quanti debbo, e faccia il computo
 degl'interessi. A quanto ascende il debito,
 vediamo? - Dodici mine a Pascione!
 Dodici mine a Pascione? Di che?
 Perché le ho prese in prestito? - Ah, fu quando
 comprai quel puro sangue! Poveretto
 me! Ti fosse marcito avanti, il sangue!
TIRCHIPPIDE (S'agita nel sonno, e grida):
 Questa è soverchieria, Filone! Tieni
 dalla tua mano!
LESINA:
 Ecco, eccolo il malanno
 che m'ha dato il tracollo! Anche sognando
 vede corse e cavalli!
TIRCHIPPIDE:
 Quanti giri
 a quei carri da guerra, gli fai fare?
LESINA:
 Tu ne fai fare giri, a questo babbo!
 Oh via, quale su me debito incombe
 dopo Pascione? - Tre mine per due
 ruote e un biroccio a Benmiguardo!
TIRCHIPPIDE:
 Asciuga
 sulla sabbia il cavallo, e riconducilo
 a casa!
LESINA:
 Tu m'hai rasciugato, bimbo!
 Condanne, già n'ho avute; e c'è chi vuole
 sequestrarmi la roba!
TIRCHIPPIDE (Destandosi):
 Oh insomma, babbo,
 perché t'angustii e ti rigiri tutta
 la notte?
LESINA:
 Fra le coltri c'è un... usciere,
 e mi pizzica!
TIRCHIPPIDE:
 E lasciami dormire
 un po', benedett'uomo!
 (Si riavvoltola)
LESINA:
 Dormi pure!
 (Solenne)
 Ma tutti questi chiodi ricadranno,
 sappilo, sul tuo capo! - Accidentacci!
 Fosse pigliato un male alla mezzana
 che mi spinse a sposar la mamma tua!
 Io facevo la più gustosa vita
 da contadino, sporco, sciamannato,
 alla carlona, sempre in mezzo a pecore,
 api, vinacce; e non vado a sposare,
 così zotico, una di città?
 (Con enfasi comica)
 La nipote di Mègacle, figliuolo
 di Mègacle! - Ragazza tutta fumo,
 sdilinquimenti, fronzoli. La prima
 notte, ci coricammo, io, che sapevo
 di mosti, fichi secchi, lane, grasce:
 lei, di mirra, di croco, leccornìe,
 giuochi di lingua, sperperi, Coscìadi,
 Genetìllidi. In ozio, non ci stava:
 macinar le piaceva; e col pretesto
 di mostrarle la madia, io le dicevo:
 "Tu, mogliettina mia, macini troppo!"
ROSSO:
 Nella lucerna non c'è olio!
LESINA:
 Ahimè!
 Perché m'hai quella accesa, di lucerna?
 Quella è una spugna! Vieni, che ti picchio!
ROSSO:
 Mi vuoi picchiare? Ma perché?
LESINA:
 Perché
 hai presi quelli grossi, di stoppini!
 (Ripigliando)
 Quando poi nacque, a me e a quella brava
 donna questo figliuolo, incominciammo,
 per via del nome a leticare. Lei
 ci appiccicava tanto d'ippo, al nome:
 e Santippo, e Callìppide, e Carippo;
 io, poi, tiravo a quello di suo nonno:
 Tirchino. La quistione andava in lungo;
 alla fine, d'accordo, lo chiamammo
 Tirchìppide. - Ora, lei pigliava il bimbo
 in collo, e gli faceva le moine:
 "Quando tu sarai grande, e al par di Mègacle,
 vestito da signore, guiderai
 verso la rocca il cocchio!" E io dicevo:
 "Quando tu guiderai come tuo padre
 le capre per le balze, con un vello
 sopra le spalle!" - Ma i discorsi miei
 non li sentiva: ed attaccò la sua
 cavallite ai miei beni. Adesso, dunque,
 a furia di pensar tutta la notte,
 ho trovato una via miracolosa,
 che se questo s'induce ad infilarla,
 mi salvo. - Prima, fammelo svegliare.
 Come svegliarlo con le buone?... Come?...
 Tirchìppide! - Tirchippiduccio!
TIRCHIPPIDE (Si desta. Durante la scena seguente, padre e figlio
a mano mano escono dalla casa, e si trovano in piazza):
 Babbo!
 Che c'è?
LESINA:
 Baciami, e porgimi la destra!
TIRCHIPPIDE:
 Teh! - Che c'è?
LESINA:
 Dimmi un po': me ne vuoi, bene?
TIRCHIPPIDE (Tende solennemente la destra verso una statuetta di Posidone):
 Su Posìdone equestre io te lo giuro!
LESINA:
 No, proprio no, su quello equestre! È lui
 il Dio cagione delle mie sciagure!
 Se m'ami, figlio mio, di vero cuore,
 dammi un po' retta.
TIRCHIPPIDE:
 Darti retta? E in che?
LESINA:
 Alla più svelta cambia vita, e vattene
 ad imparare ciò ch'io ti consiglio.
TIRCHIPPIDE:
 Che mi consigli, udiamo!
LESINA:
 Obbedirai?
TIRCHIPPIDE:
 Sì, giurabbacco, obbedirò.
LESINA:
 Be', guarda
 qui. Vedi questa porticina e questa
 casettina?
 (Indica la casa di Socrate)
TIRCHIPPIDE:
 La vedo. E che rob'è,
 babbo, davvero?
LESINA:
 È un pensatoio d'anime
 sapienti. Qui dimorano certi uomini
 che, ragionando, provano che il cielo
 è un forno, e questo forno è intorno a noi,
 e noi siamo i carboni! E t'ammaestrano,
 pagando, a vincer coi ragionamenti
 le cause buone e le spallate.
TIRCHIPPIDE:
 E chi sono?
LESINA:
 Il nome preciso non lo so;
 ma gente a modo, pensatori fini!
TIRCHIPPIDE:
 Ho capito! Puah! Furfanti sono!
 Dici quei ciarlatani allampanati
 e scalzi, che fa i loro contan Socrate
 e Cherefonte...

Aristofane, Le nuvole, prologo, pubblico dominio

Domande di comprensione per la discussione

1 In che situazione si trova Socrate all’inizio del primo testo e quale atteggiamento assume nei confronti dei giudici e della città?

2 Perché Socrate dichiara di non voler usare un linguaggio retorico e persuasivo? Che idea di verità emerge da questa scelta?

3 Nel primo testo, quale rapporto si delinea tra il filosofo e la città di Atene? Socrate si presenta come nemico della città o come suo difensore?

4 Nel secondo testo, quale immagine di Socrate e della sua attività emerge attraverso le parole dei personaggi? Quali elementi risultano caricaturali o polemici?

5 Perché, secondo Aristofane, la filosofia di Socrate può apparire sospetta o pericolosa agli occhi dei cittadini comuni?

6 Metti a confronto le due immagini di Socrate proposte nei testi: quali differenze emergono nel modo di presentare il filosofo e il suo ruolo pubblico?

7 In che modo il testo comico può aver contribuito a creare un clima culturale sfavorevole nei confronti di Socrate?

8 A tuo parere, quale dei due testi risulta più efficace nel rappresentare la figura di Socrate? Perché? È possibile che entrambi colgano, da prospettive diverse, alcuni aspetti reali della sua figura?